SaVe
January 18th, 2008, 11:42 AM
focus/ le nuove città
La ricerca ossessiva del nuovo Colosseo
Gregotti: inutili esibizioni di potenza
«Grande è bello»: è questa la parola d'ordine delle costruzioni. Ma c'è chi dissente
MILANO — «Bigness is business». Pensare in grande scala, insomma, è pur sempre un buon affare. Anche se i nostri nuovi Colossei sembrano essere comunque inevitabili: fino dalla Rivoluzione industriale quella che veniva definita civilizzazione è stata sempre collegata ad un ampliamento delle città come degli edifici e in genere delle forme, mentre l'idea di «piccolo è bello» veniva accusata, tacciata di minacciare lo stesso progresso. Tanti sono, d'altra parte, gli italiani coinvolti ora nella febbre del «bigness»: Renzo Piano (il «Vulcano Buono» appena inaugurato ad Afragola), Massimiliano Fuksas (campus universitario in Nigeria), Mario Bellini (Biblioteca di Torino), il gruppo Archea (discoteca in Cina), Cino Zucchi (complesso residenziale a Bolzano), Michele De Lucchi (torri in Georgia), Paolo Desideri (stazione Tiburtina a Roma), Mario Cucinella (ospedale in Toscana), Italo Rota (padiglione Expo di Saragozza).
Francesco Dal Co, professore di Storia dell'architettura all'Università di Venezia e attuale direttore di Casabella, tiene subito a precisare: «Bisogna distinguere innanzitutto tra quello che sta succedendo in Cina, in Oriente o nei Paesi arabi e la realtà del Vecchio Continente, Italia compresa. In Cina l'idea di realizzare grandi architetture si collega indissolubilmente con la necessità impetuosa di trovare sbocchi a capitali enormi. Leggermente differente la situazione, ad esempio, a Dubai, dove tutto nasce dal bisogno di programmare un futuro che vada oltre il petrolio ed ecco che si creano alberghi a sette stelle altissimi che hanno lo stesso compito che ha avuto Disneyland per Orlando: creare un'attrazione che giustificasse la vita di una città altrimenti senza grandi possibilità. Queste megarchitetture devono prima di tutto far spettacolo».
E l'Europa? «Qui si parte da progetti comunque più equilibrati, penso a Madrid e alla Spagna in generale, perché comunque il tessuto delle stesse città resta più forte, più definito. Quindi si tratta di progetti "più contenuti" perché si tratta di realtà intensamente abitate dalla storia. Potrei dire che Torino ha colto più opportunità delle altre, qualche opportunità l'avrebbe anche Genova se solo scegliesse la via indicata da Piano».
Secondo Vittorio Gregotti, che ha tra l'altro firmato il grande insediamento della Bicocca a Milano e da tempo è impegnato nella realizzazione di un agglomerato urbano a Shanghai, in questa voglia di primato si ritrovano anche molte motivazioni legate alla nostra contemporaneità: «Progettare in grande ha in sé qualcosa di esibizionistico, direi di fallocratico, è quasi un'affermazione della propria potenza, anche se in tutto questo esibizionismo si può ritrovare una profonda dose di provincialismo. C'è poi, chiaramente, anche l'aspetto economico, o meglio speculativo: edificare in grande può essere molto redditizio. In quel caso è importante, direi fondamentale, pensare non soltanto a megarchitetture ma anche ai piani regolatori. Penso alla Bicocca ma sempre a Milano penso anche a Santa Giulia. E poi penso a Barcellona o a quello che è stato fatto dietro la City di Londra». Per Gregotti c'è però anche un elemento sociale da prendere in considerazione: «Quando si creano queste grandi strutture abitative dove si concentrano grandi agglomerati di persone si finiscono per ricreare in qualche modo veri e propri ghetti monoclasse». L'idea del «bigness» sembra arrivare da lontano. Addirittura dagli anni Novanta. «Il primo a parlare di bigness è stato Rem Koolhaas nel 1994 su Domus, approfondendo poi la questione nel suo saggio successivo "S,M,L,XL" — spiega Stefano Boeri, direttore di Abitare e progettista del complesso ospedaliero Cerba a Milano —. Oggi, soprattutto in Italia, la necessità di costruire nuovi Colossei nasce dalla presenza di grandi spazi ottocenteschi dismessi, fabbriche, stazioni, carceri che vengono abbandonati, che si liberano e che spesso vengono abbattuti. In quelle aree si finisce per ricreare il calco dei grandi edifici precedenti. Da noi tutto questo sta accadendo con grande ritardo rispetto a Berlino o a Barcellona. Certo, si potrebbero anche realizzare piccoli edifici ma per i grandi investitori quei piccoli edifici non sarebbero poi così tanto redditizi».
E prosegue Boeri: «Quella della nuova Cina è oggi l'unica grandeur veramente imperiale, è in qualche modo la stessa grandiosità degli antichi romani che volevano prima di tutto stupire e mostrare al mondo intero il proprio potere. La Russia, ad esempio, manca di grande committenza e punta prima di tutto alla creazione di infrastrutture, le sue sono architetture che non hanno alcuna ambizione di rappresentatività. Non sono altro che piccoli edifici mediocri anche se riprodotti su grande scala».
Stefano Bucci
18 gennaio 2008
Copyright 2008 © Rcs Quotidiani Spa
http://www.corriere.it/cronache/08_gennaio_18/architetti_focus_bucci_f76ddc18-c593-11dc-8434-0003ba99c667.shtml
La ricerca ossessiva del nuovo Colosseo
Gregotti: inutili esibizioni di potenza
«Grande è bello»: è questa la parola d'ordine delle costruzioni. Ma c'è chi dissente
MILANO — «Bigness is business». Pensare in grande scala, insomma, è pur sempre un buon affare. Anche se i nostri nuovi Colossei sembrano essere comunque inevitabili: fino dalla Rivoluzione industriale quella che veniva definita civilizzazione è stata sempre collegata ad un ampliamento delle città come degli edifici e in genere delle forme, mentre l'idea di «piccolo è bello» veniva accusata, tacciata di minacciare lo stesso progresso. Tanti sono, d'altra parte, gli italiani coinvolti ora nella febbre del «bigness»: Renzo Piano (il «Vulcano Buono» appena inaugurato ad Afragola), Massimiliano Fuksas (campus universitario in Nigeria), Mario Bellini (Biblioteca di Torino), il gruppo Archea (discoteca in Cina), Cino Zucchi (complesso residenziale a Bolzano), Michele De Lucchi (torri in Georgia), Paolo Desideri (stazione Tiburtina a Roma), Mario Cucinella (ospedale in Toscana), Italo Rota (padiglione Expo di Saragozza).
Francesco Dal Co, professore di Storia dell'architettura all'Università di Venezia e attuale direttore di Casabella, tiene subito a precisare: «Bisogna distinguere innanzitutto tra quello che sta succedendo in Cina, in Oriente o nei Paesi arabi e la realtà del Vecchio Continente, Italia compresa. In Cina l'idea di realizzare grandi architetture si collega indissolubilmente con la necessità impetuosa di trovare sbocchi a capitali enormi. Leggermente differente la situazione, ad esempio, a Dubai, dove tutto nasce dal bisogno di programmare un futuro che vada oltre il petrolio ed ecco che si creano alberghi a sette stelle altissimi che hanno lo stesso compito che ha avuto Disneyland per Orlando: creare un'attrazione che giustificasse la vita di una città altrimenti senza grandi possibilità. Queste megarchitetture devono prima di tutto far spettacolo».
E l'Europa? «Qui si parte da progetti comunque più equilibrati, penso a Madrid e alla Spagna in generale, perché comunque il tessuto delle stesse città resta più forte, più definito. Quindi si tratta di progetti "più contenuti" perché si tratta di realtà intensamente abitate dalla storia. Potrei dire che Torino ha colto più opportunità delle altre, qualche opportunità l'avrebbe anche Genova se solo scegliesse la via indicata da Piano».
Secondo Vittorio Gregotti, che ha tra l'altro firmato il grande insediamento della Bicocca a Milano e da tempo è impegnato nella realizzazione di un agglomerato urbano a Shanghai, in questa voglia di primato si ritrovano anche molte motivazioni legate alla nostra contemporaneità: «Progettare in grande ha in sé qualcosa di esibizionistico, direi di fallocratico, è quasi un'affermazione della propria potenza, anche se in tutto questo esibizionismo si può ritrovare una profonda dose di provincialismo. C'è poi, chiaramente, anche l'aspetto economico, o meglio speculativo: edificare in grande può essere molto redditizio. In quel caso è importante, direi fondamentale, pensare non soltanto a megarchitetture ma anche ai piani regolatori. Penso alla Bicocca ma sempre a Milano penso anche a Santa Giulia. E poi penso a Barcellona o a quello che è stato fatto dietro la City di Londra». Per Gregotti c'è però anche un elemento sociale da prendere in considerazione: «Quando si creano queste grandi strutture abitative dove si concentrano grandi agglomerati di persone si finiscono per ricreare in qualche modo veri e propri ghetti monoclasse». L'idea del «bigness» sembra arrivare da lontano. Addirittura dagli anni Novanta. «Il primo a parlare di bigness è stato Rem Koolhaas nel 1994 su Domus, approfondendo poi la questione nel suo saggio successivo "S,M,L,XL" — spiega Stefano Boeri, direttore di Abitare e progettista del complesso ospedaliero Cerba a Milano —. Oggi, soprattutto in Italia, la necessità di costruire nuovi Colossei nasce dalla presenza di grandi spazi ottocenteschi dismessi, fabbriche, stazioni, carceri che vengono abbandonati, che si liberano e che spesso vengono abbattuti. In quelle aree si finisce per ricreare il calco dei grandi edifici precedenti. Da noi tutto questo sta accadendo con grande ritardo rispetto a Berlino o a Barcellona. Certo, si potrebbero anche realizzare piccoli edifici ma per i grandi investitori quei piccoli edifici non sarebbero poi così tanto redditizi».
E prosegue Boeri: «Quella della nuova Cina è oggi l'unica grandeur veramente imperiale, è in qualche modo la stessa grandiosità degli antichi romani che volevano prima di tutto stupire e mostrare al mondo intero il proprio potere. La Russia, ad esempio, manca di grande committenza e punta prima di tutto alla creazione di infrastrutture, le sue sono architetture che non hanno alcuna ambizione di rappresentatività. Non sono altro che piccoli edifici mediocri anche se riprodotti su grande scala».
Stefano Bucci
18 gennaio 2008
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http://www.corriere.it/cronache/08_gennaio_18/architetti_focus_bucci_f76ddc18-c593-11dc-8434-0003ba99c667.shtml