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Old July 28th, 2008, 02:14 PM   #1
Caustic
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Distruzione e Valorizzazione dei centri storici in Irpinia

Distruzione e valorizzazione dei centri storici in Irpinia

Angelo Verderosa


Nell’area del cratere altirpino si è recuperato pochissimo degli antichi insediamenti; a Lioni, a Teora, a Calabritto, a Torella, a S.Mango, per esempio, tranne pochi monumenti, assolutamente niente altro: alle demolizioni indiscriminate dei demag tedeschi e della cosiddetta emergenza si sono aggiunte quelle progettuali, contenute negli strumenti urbanistici e legalizzate dalla legge speciale n°219 del 1981. Conseguenza di una miopia amministrativa generalizzata: ignorando il valore delle preesistenze e nell’enfasi del consumo finanziato si è annientato un patrimonio storico architettonico di elevato valore culturale e ambientale. La distruzione avvenuta e la cancellazione di ogni segno della civiltà altirpina, nella attuale fase di riscoperta dell’entroterra appenninico campano (P.O.R. e piani di marketing territoriale), penalizzano ancora una volta il rilancio del nostro territorio.

Proverò a raccontare come al disastro naturale sia subentrata la distruzione legalizzata; risiedevo a Lioni, studente della Facoltà di Architettura di Napoli, dal 1980 al 1986.



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S. Mango sul Calore (prima e dopo)


Il ventipercento

La legge 219 ha premiato la demolizione-ricostruzione ex-novo a discapito del recupero e del restauro: si è distrutto il patrimonio preesistente mediante un incentivo economico-legislativo; i cittadini che intendevano recuperare, riparare, la propria abitazione, venivano penalizzati con una decurtazione del 20% sul buono-contributo, rispetto ai cittadini che demolivano e ricostruivano.

Potendo ottenere contributi economici per il cosiddetto adeguamento abitativo in funzione del nucleo familiare, superfici non residenziali e autorimesse, si è dato il via ad una sistematica distruzione dei centri storici.

Un meccanismo perverso: facendo quattro conti, i possessori di immobili danneggiati dal sisma, con un incentivo economico (20% in più) a demolire e con la prospettiva di maggiori superfici abitabili e autorimesse, abbandonavano i centri storici sperando in condizioni di vita migliori nelle villette dei cosiddetti piani di zona; fra le alternative, potevano utilizzare il buono-contributo per acquistare una nuova casa nell’ambito della provincia di residenza!

Conza della Campania e Bisaccia sono l’emblema di questo inganno collettivo: interi centri abitati, trasferiti a chilometri di distanza; hanno visto raddoppiare i volumi edilizi e decuplicati gli spazi urbani preesistenti.

La legge 187/82, modificando la 219/81, ridusse ulteriormente i poteri delle Soprintendenze, impegnate (e isolate) attivamente nella salvaguardia del patrimonio storico-architettonico; potevano esprimere vincoli sugli edifici vincolati ai sensi della L.1089/39 e non sul patrimonio minore, privato.

Motivazioni di ordine politico e amministrativo, di fatto culturali, sono state alla base di queste legislazioni di distruzione: nel caos post-sismico si sono saccheggiate città antiche e teorie del restauro; si è saccheggiato il buon senso … per un ventipercento in più!

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Calabritto


Le ristrutturazioni urbanistiche

L’incentivo ad abbandonare i centri storici per trasferirsi nei piani di zona innescò un altro perverso fenomeno; i pochi cittadini che decidevano di restare, mediante i meccanismi legislativi citati, di fatto avevano anch’essi diritto ad ampliare superfici e volumi edilizi; magari ai lati o al disopra delle proprie particelle catastali; iniziarono ad affermarsi nei piani di recupero, fino a prevalere in modo assoluto, almeno a Lioni, Teora, Calabritto, Caposele, le ristrutturazioni urbanistiche; strumento di attuazione del piano di recupero, di fatto piani di nuova edilizia.

Dove erano complesse articolazioni morfologiche e tipologiche, espressione di distinte proprietà catastali, si procedeva alla cancellazione di ogni traccia preesistente e ad un ridisegno di allineamenti e sagome; refusione delle particelle catastali e ridistribuzione delle superfici abitative interpretavano ancora la 219.

La quasi totalità dei comparti edilizi, oggetto di ristrutturazione urbanistica, sono rimasti fermi per lunghi anni sia per le inevitabili litigiosità sorte fra i condomini all’interno di ogni comparto che per i limiti normativi propri del P.d.R.; là dove si cercava di migliorare le condizioni di vivibilità all’intorno e all’interno dei comparti (ad esempio con l’apertura di nuove luci), i comuni si trovavano nell’impossibilità di operare, dovendo procedere con espropri, ma non di pubblica utilità (i comparti restavano un insieme di proprietà private); altro esempio emblematico della complessità di attuazione delle ristrutturazioni urbanistiche affidate ai privati è derivato dalla inadempienza a ricostruire seppur di un singolo condomino: è facile pensare all’intervento e alla sostituzione forzata da parte del Comune; di fatto non si riusciva a procedere.

Prime conclusioni sulle ristrutturazioni urbanistiche le ha tratte il Comune di Lioni alla luce delle pregresse esperienze: lo storico quartiere “Fontana Vecchia” è stato recuperato attraverso un piano particolareggiato che si è avvalso dei disposti normativi dei P.d.Z.: esproprio e riassegnazione delle superfici edificabili (in verticale); si è adottata una tipologia di case a schiera su due o tre livelli, a due fronti, evitando la fase dell’accordo fra condomini; si sono velocizzate le operazioni di assegnazione delle proprietà e conseguito una maggiore cura nelle soluzioni architettoniche; il disegno dei comparti edilizi ha generato spazi urbani, pedonalizzati, che favoriscono l’aggregazione e l’incontro sociale degli abitanti del quartiere.


Lioni


I volumi raddoppiati

Al termine del processo di ricostruzione ci ritroviamo con una moltiplicazione dei volumi abitativi; sono stati sostituiti i centri storici e costruiti i piani di zona, nuove periferie.

Senza timore di smentite si può affermare che, nell’area del cratere, i volumi edilizi sono mediamente raddoppiati rispetto al 1980; le superfici urbanizzate sono più che decuplicate.

Conza della Campania, sul colle storico, misurava 120×150 ml.; il paese ricostruito a valle misura 1000×1500 ml. (con un terzo di abitanti in meno)!

Così Bisaccia … così Lioni, Senerchia, Morra, Castelfranci, Cassano.

Un senso di non-finito caratterizza quello che rimane dei vecchi centri, ancor più le nuove periferie.

I finanziamenti legislativi, per note vicende nazionali, nel ‘92-93 si sono interrotti.

Rimane, oggi, con pochi fondi a disposizione, da ricucire vecchio e nuovo … rimane da completare, da riabitare.

Che ne è stato della Carta Europea del Patrimonio Architettonico di Amsterdam o della Carta di Machu Picchu che stabilivano principi essenziali sia in relazione alla conservazione integrata dell’esistente che della costruzione del nuovo habitat?


Castelfranci


Alcuni casi confortanti

Ci sono stati alcuni casi di recupero intelligente … Rocca S.Felice, Nusco, Gesualdo, S.Angelo e Guardia Lombardi (parzialmente), Sant’Andrea di Conza; in quest’ultimo, comune rientrante nella 1^ fascia (disastrati), l’amministrazione comunale dell’epoca, già impegnata sul finire degli anni ‘70 in un programma di valorizzazione a fini turistici, ha optato per il recupero integrale dell’intero centro antico; puntando sulla conservazione e valorizzazione del patrimonio storico e architettonico, monumentale e minore, ponendo una attenzione particolare al recupero di antichi complessi storici quali il Palazzo dell’Episcopio (divenuto sede del comune), il Convento di S.Maria (pensato come laboratorio teatrale), l’antica Fornace di laterizi (recuperata come piazza coperta e centro culturale).

A Gesualdo, adottando per la prima volta in Campania lo strumento della Convenzione (oggi accordo di programma) tra Comune e Facoltà di Architettura di Napoli, si è pervenuti ad un piano di recupero esemplare, fondato sull’analisi morfologica e tipologica degli elementi, volto al recupero reale e non ad un piano di nuova edilizia come verificato negli altri comuni in genere.

Tranne le poche eccezioni riportate, ad un quarto di secolo dal sisma, in tutti gli altri comuni non risulta definito né quanto rimane dei centri storici né i nuovi insediamenti.

Nei centri storici restano da sistemare gli spazi vuoti lasciati dagli edifici trasferiti nei piani di zona; sono presenti ancora ruderi e sterpaglie; i piani di zona sono invece ancora in fase di urbanizzazione; naturalmente si presentano incompleti, sovradimensionati, con tante caselle ancora da riempire; né contigui coi centri storici, né nuovi luoghi.

Un’approfondita analisi relativa alla qualità degli insediamenti e all’immagine urbana che ne è derivata richiederebbe spazio, andrebbe condotta luogo per luogo, analizzando contestualmente i risvolti sociali di ogni singola decisione attuata.

Non soffermiamoci però in … “una casa è stata data a tutti” o … “l’Irpinia sembra una piccola svizzera“!


Photo set: Gesualdo

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Il pentimento


Negli ultimi anni, altre esperienze, innescate da una sorta di pentimento per le violenze apportate ai centri storici hanno preso il via nel territorio altirpino.

Ad esempio il progetto pilota di Recupero dei Borghi della Terminio-Cervialto, in corso di ultimazione: si recuperano comparti edilizi e aree di sedime (abbandonati da privati che hanno ricostruito nei piani di zona) in 4 comuni consorziati con finalità turistiche, legati al Parco dei Picentini e alle Strade del Vino (attuazione misure POR); tra questi, Castelvetere sul Calore.

Anche a seguito di questa esperienza si può confermare un dato anticipato in Irpinia nel 1990 a seguito di una ricerca condotta dalla Soprintendenza BAAAS di SA-AV e dal C.N.R., Gruppo Difesa Terremoti: “il recupero di un vecchio edificio costa sempre meno di una nuova costruzione a parità di superfici utili; in quanto alla sicurezza sismica, i livelli di garanzia sono sostanzialmente gli stessi”.

In caso di sisma, il recupero è l’unico programma sostenibile anche in termini ecologici (meno materiali a discarica e meno cemento, meno cave, meno gasolio per i trasporti; più manodopera qualificata, più materiali locali, più artigianato, più riconoscibilità ambientale e ritorno economico in termini turistici).

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castello di Castelvetere sul Calore (prima e dopo)


Indicazioni

Il recupero dei Borghi della Terminio-Cervialto è un buon segnale da parte di chi governa il territorio; frutto di maturazione e di capacità nel rivedere scelte precedentemente effettuate; uno dei pochi casi in cui i cittadini, coinvolti, sono soddisfatti dei risultati ottenuti.

I tempi di attuazione sono stati comunque lunghi: otto anni dal concorso di progettazione alla ultimazione dei primi lotti funzionali; metà del tempo impiegato per venire a capo della intricata infinitesimale selva di proprietà catastali; tempi inaccettabili se rivolti a popolazioni terremotate che vivono in strutture provvisorie.

Belice, Friuli, Irpinia, Umbria, Molise …esperienze da rileggere e confrontare per avere indicazioni certe sulle modalità di attuazione e gestione del dopo-evento.

Occorrono strutture di assistenza tecnico-operativa‚ già radicate sul territorio, al servizio dei comuni disastrati fin dai primi giorni dell’emergenza; strutture che abbiano già prodotto ed analizzato dati inerenti il territorio; strutture interdisciplinari capaci di gestire, attraverso reti di dati, le complessità dell’evento; storici, sociologi, urbanisti, architetti, ingegneri, geologi, tecnologi, affiancati da tecnici e amministratori locali, in grado di analizzare, catalogare, recuperare la parte storica e riprogettare con certezza la parte nuova.

Ben vengano iniziative come il centro regionale di competenza AMRA, da poco insediato a S.Angelo dei Lombardi.

Si eviti di ricorrere agli amici architetti del presidente di turno.

Riprendendo i capisaldi di questo breve excursus, in quanto alle tipologie di intervento dei piani di recupero occorre forse privilegiarne due: il restauro conservativo, da proporre con fermezza nei centri storici, e la ristrutturazione urbanistica‚ da cogliere come occasione di ridisegno urbano, privilegiando gli spazi sociali della collettività.

Da evitare assolutamente ogni suggestione di ampliamento urbano o di ricostruzione a distanza.

Riguardo le responsabilità connesse ai progetti bisogna dire che, in genere, sono stati affidati a soggetti privi di cultura; attenti, forse, negli aspetti particolari, specifici, ma incapaci di comprendere il senso complessivo che ogni intervento deve avere; incapaci di cogliere il significato, ad una scala più ampia delle singole operazioni loro richieste e quindi, nel migliore dei casi, attenti al singolo edificio in quanto tale e non inteso invece come momento dello spazio urbano; in questo confermando ulteriormente che l’apparato legislativo italiano, e quindi ogni legge di ricostruzione, fornisce unicamente direttive su come realizzare la singola casa o il singolo edificio in genere; esiste una cultura della quale siamo permeati sia in termini istituzionali che in termini progettuali che spinge a fornire delle risposte singolari e non di complessità.

Da evitare quindi il fattore isolazionista che ha caratterizzato negativamente ogni ricostruzione.

Sull’attuazione edilizia si può pensare all’affidamento a consorzi di imprese locali attraverso lo strumento della concessione. Il consorzio di imprese locali si rende necessario per evitare l’ingerenza da parte di imprese che provengono da aree geografiche distanti con le conseguenti problematiche patologiche riscontrate anche in Irpinia: sub-appalti, drenaggio di risorse economiche, cattiva qualità di esecuzione. E’ importante far crescere il tessuto imprenditoriale locale in modo da non disperdere quel patrimonio di esperienza e cultura materiale necessario per intervenire correttamente nei centri storici. La concessione, mediante un unico soggetto referente, può assicurare rapidità dei tempi di esecuzione, trasferimento di responsabilità burocratiche operative (ad esempio espropri e refusioni catastali) e al contempo una qualità edilizia a grande scala. Si potrebbe così evitare un altro dei fattori negativi che si è riscontrato nei centri altirpini: la ricostruzione a macchie (per singole unità, senza unitarietà di intervento, né priorità). Con l’unitarietà di attuazione si potrebbe procedere per ambiti consegnando parti urbane pavimentate, illuminate, immediatamente abitabili; parti finite che in tempi brevi invoglino il cittadino a staccarsi dal prefabbricato e dall’inerzia legata ad esso.

Valva, nell’alta valle del Sele, in provincia di Salerno, è forse l’unico centro distrutto da sisma del 1980, dotato di piano di recupero in cui si è attuata la sostituzione generalizzata da parte del comune (esproprio generalizzato e riassegnazione delle unità abitative finite, con le modalità quindi solitamente adottate in Piano di Zona); quindi con unitarietà di programmazione, progettazione, realizzazione.

L’unitarietà di intervento attuata a Valva sembra aver dato risultati confortanti.


Valva




Fine

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Mi sembrava interessante. L'ho pubblicato.

Le immagini sono linkate ai siti di provenienza. Il testo l'ho preso da qui.
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[ Il sonno dell'ironia genera imbecilli ]

Last edited by Caustic; April 7th, 2009 at 07:27 PM.
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Old July 28th, 2008, 08:05 PM   #2
Wasca
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Molto interessante
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Old July 29th, 2008, 12:19 AM   #3
Pavlvs
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Molto molto interessante.
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Old July 29th, 2008, 12:45 AM   #4
Super Tim
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Mi aggiungo al coro: molto interessante.

Grazie per averlo condiviso, Caustic!
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Old July 29th, 2008, 12:51 AM   #5
neeuq71
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..complimenti..molto interessante..e soprattutto bellissime le foto..
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Old July 29th, 2008, 01:04 AM   #6
Caustic
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Svagando su Internet mi sono imbattuto casualmente nel testo e non ho potuto fare a meno di appassionarmi istantaneamente all'argomento. E' un estratto dal manuale "Il recupero dell'Architettura e del Paesaggio in Irpinia", curato da Angelo Verderosa (e complimenti a lui per questo lavoro).

Per rimanere in tema:

Ricostruzione democratica

Michele Figliulo, per molti anni sindaco di Valva e fiero della ricostruzione del proprio paese, si concentra sul rapporto tra cittadini e istituzioni dopo una grande catastrofe. «Come capire che ricostruzione volevano i cittadini? Ci trovammo davvero di fronte a una novità assoluta e a una sorpresa molto istruttiva su quanti danni possano produrre il mancato coinvolgimento dei cittadini e il mito dell'immagine. Molti dicevano: "ascoltiamo la piazza". E in piazza sembrava che la maggioranza della popolazione fosse orientata alla demolizione e alla rimozione anche del passato. Allora noi abbiamo preso un gruppo di giovani e li abbiamo mandati casa per casa a parlare con i cittadini con questo quesito: ma voi il paese come lo volete, come lo immaginate? Com'era prima, oppure buttiamo giù tutto e ricostruiamo con bei palazzi, garage comodi, eccetera? La grande sorpresa fu che i cittadini, con una maggioranza tra il 75 e l'80 per cento, optarono per il no: la casa la vogliamo com'era, dov'era e il paese deve restare quello che era. E' così che si decise di andare a un recupero per quanto possibile del vecchio paese. E infatti, se si guardano le foto del paese di prima e quelle di oggi, si nota che non è cambiato molto. Sicuramente ci sono delle novità, ma non sono sconvolgenti. Noi abbiamo recuperato quasi tutto: le pietre, i davanzali, le inferriate delle finestre...».Paolo Nicchia riprende la sua riflessione, questa volta anche sul presente: «La nostra generazione fece allora questo ragionamento: c'era sì il dramma, ma anche l'idea che su quelle macerie si potesse fondare un nuovo modello di sviluppo, una nuova democrazia. Oggi, a distanza di 24 anni e dopo aver maturato una rottura con i dirigenti attuali della sinistra, penso che non solo non siamo riusciti a passare su tante questioni allora (una legge di ricostruzione di quel tipo, il pentapartito, eccetera) perché le cose sono sempre state imposte dall'alto, ma anche che quella che è stata in seguito l'esperienza di governo e di potere di una certa sinistra (penso alla stagione dei sindaci) invece di rappresentare una novità ha rimesso in moto il vecchio sistema di potere. La discussione sarebbe lunga e andrebbe ovviamente allargata alle questioni globali del neoliberismo e del pensiero unico. Tuttavia, per restare alla zona del disastro, la conclusione amara è che oggi non rimane nulla di quelle speranze. Persino di quel Berlinguer che dialogava con le popolazioni invitandole all'impegno non rimane nulla nella sinistra».

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Altre foto seguiranno. Stay in touch!
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Old July 29th, 2008, 03:15 PM   #7
JoNapo
la manica di fetenti
 
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nn stupisce che nusco e gli altri comuni che hanno lottato per ritrovare la loro immagine sotrica,riescano oggi a vendere bene il proprio territorio e ad attirare piccoli e medi investimenti
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si è sempre i meridionali di qualcuno
my flickr http://www.flickr.com/photos/jodm82/
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Old August 1st, 2008, 01:54 PM   #8
Caustic
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Da quanto ho capito leggendo qua e la in rete, pare che a Nusco i danni siano stati minimi: si dice che non sia crollato neppure un palazzo. Eppure di fondi per la ricostruzione ne ha ricevuti a go-go.
Naturalmente il fatto che De Mita sia nativo della cittadina, centra poco.

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Un palazzo in polvere
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Arrivano le prime industrie
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L'area industriale di San Mango sul Calore
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Muro Lucano: panoramica
Francesco Fantini, "Viaggio in Irpinia", Settembre2002



Caggiano: panoramica
Francesco Fantini, "Viaggio in Irpinia", Settembre2002



Calitri: panoramica zona industriale
Francesco Fantini, "Viaggio in Irpinia", Settembre2002



Buccino: panoramica
Francesco Fantini, "Viaggio in Irpinia", Settembre2002



Buccino: zona industriale abbandonata
Francesco Fantini, "Viaggio in Irpinia", Settembre2002



Palomonte: centro storico
Francesco Fantini, "Viaggio in Irpinia", Settembre2002



Contursi: vicoli
Francesco Fantini, "Viaggio in Irpinia", Settembre2002



Balvano: le nuove case popolari
Francesco Fantini, "Viaggio in Irpinia", Settembre2002



Colliano: panoramica
Francesco Fantini, "Viaggio in Irpinia", Settembre2002



Muro Lucano: panoramica
Francesco Fantini, "Viaggio in Irpinia", Settembre2002



Palomonte: panoramica
Francesco Fantini, "Viaggio in Irpinia", Settembre2002
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Old August 1st, 2008, 03:49 PM   #9
Eletrix
Tutto il resto è fuffa.
 
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Ottimo reportage. Il paese di mia madre non è stato particolarmente colpito dal sisma dell'80 ma alcuni paesi dell'Alta Irpinia, dopo gli anni della vergoggna, sono stati ricostruiti con soluzioni davvero interessanti.
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Old August 1st, 2008, 10:01 PM   #10
Caustic
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Sto raccogliendo ulteriore materiale fotografico al riguardo. Appena ho tempo pubblico.
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Old August 8th, 2008, 12:12 AM   #11
petroniano
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complimenti, proprio un bel servizio.
a proposito di avellino citta',qualcuno ha delle vecchie immagini?
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Old April 15th, 2009, 07:50 PM   #12
Caustic
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È triste che si parli dei paesi solo in occasione dei terremoti o di altre grandi sciagure collettive. La realtà è che sull’Appennino, nel midollo dell’Italia, in cui ogni paese è una vertebra isolata, la terra trema, trema sempre. È il terremoto della desolazione. Un terremoto silenzioso che non porta alla tragedia improvvisa di ritrovarsi con la polvere in bocca e una trave sullo stomaco. C’è una grande ferita italiana, la grande cicatrice appenninica che corre da nord a sud. Ed è l’emorragia mai arrestata dell’emigrazione. I paesi dell’Abbruzzo e quelli irpini sono molto simili. La stessa cultura pastorale, la stessa civiltà contadina, malamente rottamata negli ultimi decenni in favore di una modernità incivile, modernità che porta a tanti guasti, compreso quello di fare case che crollano per scosse che in ogni altro paese civile non farebbero alcuna vittima.
È di cattivo gusto tirare fuori l’Irpinia come esempio da non seguire, come se il terremoto in Irpinia fosse stato solo un esercizio truffaldino. Bisogna sempre ricordare che quel terremoto ha ucciso tante persone, bisogna sempre ricordare che una sciagura prima che un’occasione per fare discorsi e allestire processi, è un evento che ci interroga sulla fragilità del nostro essere qui, sul fatto che l’attimo terribile è sempre in agguato per ognuno di noi.
Detto questo, gli abruzzesi dovrebbero per prima cosa evitare di fare quello che si fece in Irpinia nei giorni immediatamente successivi al sisma: non si devono abbattere le case non cadute, a meno che siano palesemente irrecuperabili.
In Irpinia le ruspe buttarono giù tante cose che potevano benissimo essere recuperate perché nel caos dei primi giorni dopo la grande scossa i paesi quasi facevano a gara a chi era più distrutto.
Poi, certo, ci sono state, le ingordigie di tanti e prima di tutto di un sistema politico che usò il denaro del sisma per accrescere il suo consenso, sistema ancora vivo nello spirito e nei personaggi che lo interpretarono. D’altra parte bisogna considerare che lo scempio fu possibile perché c’era un clima culturale assai diverso da quello attuale, un clima che portava alla rottamazione del passato, alla voglia di mettersi alle spalle un passato di miserie e disagi. Quest’operazione è riuscita, ma alla fine le persone hanno capito che avere la casa nuova e perdere il paese non è un buon affare. Penso che da questo punto di vista in Abbruzzo le cose andranno assai meglio. I tecnici, i cittadini, i politici sono assai più consapevoli di allora dell’importanza di recuperare i centri antichi. In Irpinia si puntò sul binomio ricostruzione-sviluppo. Ed è proprio lo sviluppo a non aver funzionato. La ricostruzione, che comunque ancora non è stata ultimata, ha certo deformato e stravolto molti paesi, ma non rappresenta un modello replicabile anche se si volessero applicare le peggiori intenzioni.
L’Italia di oggi è un grande circo dell’orrore, ma almeno ci sono tanti cittadini che si stanno stringendo ai loro paesi e al loro paesaggio. Insomma, non si vive solo di betoniere…
http://comunitaprovvisoria.wordpress.com/
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Last edited by Caustic; April 16th, 2009 at 01:19 PM.
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Old September 9th, 2009, 03:15 PM   #13
Salvo84
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certo che in Irpinia ci sono delle belle zone e dei bei paesaggi che uniti alla bellezza di alcuni centri storici di pregio (quelli salvati da quello scempio descritto) ne fanno un bel luogo ...strano che una zona del genere non abbia anche un forte richiamo turistico almeno nazionale...

beh d'altronde se pensiamo a quento sono sottovalutate Napoli, Palermo, e molte bellezze al Sud non mi dovrei nemmeno meravigliare più di tanto...

belle foto, interessante!
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Old October 6th, 2009, 04:13 PM   #14
-=Venosa=-
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Originally Posted by Salvo84 View Post
certo che in Irpinia ci sono delle belle zone e dei bei paesaggi che uniti alla bellezza di alcuni centri storici di pregio (quelli salvati da quello scempio descritto) ne fanno un bel luogo ...strano che una zona del genere non abbia anche un forte richiamo turistico almeno nazionale...

beh d'altronde se pensiamo a quento sono sottovalutate Napoli, Palermo, e molte bellezze al Sud non mi dovrei nemmeno meravigliare più di tanto...

belle foto, interessante!

Beh per l'Irpinia, come per la mia zona c'è scarsa pubblicità, e mancano diversi servizi e attrezzature essenziali per il turismo.

diciamo che c'è la materia prima ma non viene sfruttata
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