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#141 |
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melior de cinere surgo
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Modigliani in mostra a Catania dall'11 dicembre all'11 febbraio
per l'occasione sarà esposto inedito dell'artista ![]() ![]() Catania, 4 dic (Adnkronos) - L'inedito ''Ritratto di Agata'' di Amedeo Modigliani, il disegno mai esposto che raffigura la Santa Patrona di Catania, sarà 'svelato' ufficialmente lunedì prossimo nel municipio del capoluogo etneo durante la presentazione della mostra dedicata al maestro livornese, 'Modigliani, ritratti dell'anima', in programma al Castello Ursino dall'11 dicembre all'11 febbraio prossimi. All'iniziativa parteciperanno il sindaco, Raffaele Stancanelli, e l'assessore alla Cultura, la nota stilista Marella Ferrera. fonte |
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#142 |
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Siceliota
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Svelato il Ritratto di Sant'Agata
Il disegno inedito di Modigliani è stato esposto al municipio di Catania per presentare la mostra dell'artista livornese. Il sindaco: "Vogliamo che resti sempre qui" CATANIA - L’inedito "Ritratto di Agatae" di Modigliani, il disegno mai pubblicato sinora che raffigura la santa patrona della città di Catania, è stato svelato oggi nel municipio di Catania, nel corso della conferenza stampa di presentazione di "Modigliani, ritratti dell’anima", la mostra in programma al Castello Ursino di Catania dall’11 dicembre all’11 febbraio 2011. Un evento senza precedenti per la città etnea che, grazie alla presenza di quest’opera - definita come una fra le poche immagini del cristianesimo rivisitato, periodo brevissimo nella produzione di Modigliani dedicato all’iconologia della santità - lega per sempre la sua storia a quella dell’artista toscano. La mostra è organizzata dal “Modigliani Institut Archives Légales, Paris-Rome”, in collaborazione con il Comune di Catania e la galleria Side A del collezionista Giovanni Gibiino, coordinatore in Sicilia delle opere dell’artista livornese. "In genere non mi emoziono – dice il sindaco Raffaele Stancanelli – ma davanti a questa icona sconosciuta della nostra Agata mi sento molto coinvolto e mi farò carico di parlare con il proprietario perché penso proprio che Catania sia la sede ideale per esporla per sempre". La Agata di Modigliani, però, al momento non è in vendita. Aggiunge l'assessore alla Cultura Marella Ferrera: "Quando me la sono trovata fra le mani, a fine estate, l’ho interpretato come un dono, un segno del destino: eravamo in un momento di grande crisi organizzativa, bisognava coinvolgere i privati per avere un sostegno economico e scoprire che il proprietario, un gallerista italo-londinese l’avrebbe prestata per la mostra di Catania mi è sembrata un’occasione imperdibile che ha dato a tutti noi una carica di entusiasmo in più”. Il "Ritratto di Agatae" nasce nel 1919, durante gli anni parigini di Modigliani e viene scoperto per caso, da un collezionista di documenti antichi, molti anni dopo l’acquisto di un lotto in una prestigiosa casa d’aste internazionale. Era sul retro di una lettera, a lungo piegata in diverse parti e quindi impossibile da vedersi, scritta da un prelato di Noto (Sr). E’ il prof. Salvo Russo, artista e docente di pittura all’Accademia di Belle Arti e all’Università di Catania, a portare i saluti del presidente degli Archivi Modigliani, Christian Parisot, a Praga per l’inaugurazione di una mostra dedicata al maestro e ad aggiungere altri dettagli sulla storia del disegno e sulla presunta – non è stata mai accertata – presenza di Modigliani a Catania. "Il giornale di famiglia redatto dalla madre – spiega Russo – dice che i fratelli Emanuele e Umberto ‘faranno tana a Catania’. Credo sia un’espressione popolare per dire che avrebbero vissuto qualche tempo nella nostra città. Di più non sappiamo ma se provassimo a fare indagini negli archivi di stato e notarili dell’epoca, o nei circuiti delle famiglie ebree (i Modigliani lo erano), forse potremmo saperne di più. Modigliani perse i suoi documenti a Nizza, ma chissà che in questa sua follia non sia capitato a Catania: il disegno di Agatae, con quei dettagli sul gioiello, sembrerebbe farlo pensare". Ipotesi di cui il commendatore Luigi Maina, cultore delle tradizioni e dei riti agatini, è pienamente convinto. "E’ bellissima", esclama non appena si scopre il ritratto e poi in conferenza stampa auspica come il sindaco che resti per sempre a Catania. Il "Ritratto di Agatae" sarà illustrato ai giornalisti venerdì 10 dicembre da Vittorio Sgarbi e Christian Parisot nel corso di una passeggiata lungo il percorso espositivo in corso di allestimento al Castello Ursino per mano di tecnici e maestranze del Teatro Stabile dirette da Franco Buzzanca. http://www.lasiciliaweb.it/index.php...-di-santagata-
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I catanesi...un popolo che è nello stesso tempo—il diavolo lo sa in che modo—luttuoso e festaiolo, chiuso e rumorosissimo, di poche parole e di molte grida, sensuale e affettuoso, filosofo per natura e incolto in filosofia…. La follia e la saggezza lo guidano senza litigare… Vitaliano Brancati Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla... Martin Luther King |
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#143 |
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Siceliota
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Agata alla mostra di Modigliani
Svelata una raffigurazione della Patrona etnea dell'artista livornese. Ecco come è stata scoperta Agata irrompe nella mostra «Modigliani, ritratti dell'anima» e, modificando il corso degli eventi, ne diventa fulcro e cuore. Un disegno inedito della santa, opera del grande artista, si materializza per la prima volta proprio a Catania, la città di Agata, nei mesi a cavallo della sua festa. Così una mostra concepita e organizzata a Catania, periferia del mondo dell'arte, imprevedibilmente, diventa protagonista, oggetto d'interesse e di desiderio. E c'è chi, anche per questo, grida al miracolo. Una storia, questa dell'apparizione di Agata alla mostra di castello Ursino, che sarebbe piaciuta ad Amedeo Modigliani perché gli assomiglia, fatta com'è di coincidenze e di percorsi misteriosi. Tutto parte dal collezionista Giovanni Gibiino, coordinatore in Sicilia delle opere dell'artista livornese. Quando apprende che a dirigere l'assessorato alla Cultura del Comune è stata chiamata la stilista Marella Ferrera, contando sulla sua sensibilità d'artista, le propone di fare una mostra dell'artista livornese. La Ferrera accetta, entusiasta, ma esprime un desiderio: vorrebbe che si potesse trovare «un aggancio catanese». Ma a Catania, dicono gli studiosi, Modigliani non è mai stato, e neanche in Sicilia. Difficile trovare un appiglio, ma il messaggio ha preso il mare e la bottiglia è raccolta, al di là della Manica, da un collezionista italo-inglese che, negli anni Settanta, ha acquistato all'asta un lotto di lettere autografe di Modigliani. Sul retro di una di queste, su carta del vescovato di Noto, è disegnata una santa, opera databile 1919. Giovanni Gibiino si allerta, si fa mandare una foto, capisce, prende il primo aereo e la riporta a casa, a Catania, in custodia. Che sia Sant'Agata non ci sono dubbi: il suo nome, Agatae, è scritto dal maestro a fianco della propria firma. All'iconografia agatina fanno indubbio riferimento le tenaglie poste all'altezza delle mammelle e l'iscrizione che, come un'aureola, le cinge il capo. Il volto, invece, riproduce le linee essenziali dei ritratti di Modigliani, senza alcun richiamo al busto reliquario. L'opera, come rileva Salvo Russo, artista e docente di pittura all'Accademia di Belle Arti di Catania, è ricca di simboli cabalistici ed esoterici. E non sorprenda. Modigliani era di famiglia ebrea ed era stato iniziato dal nonno alla conoscenza della Cabala e dell'esoterismo. E fortemente simbolici sono molti dei tratti con cui è costruita la figura della santa: la collana di perle è composta da 9 grani ognuno dei quali, a sua volta, è realizzato con un 9, il numero che evoca il Paradiso. Le orecchie sono disegnate con un tocco rapido, due 3 che si guardano, ed esoterici sono anche i simboli sulla corona di Agata come i suoi occhi, disegnati uno aperto e l'altro chiuso a indicare il doppio sguardo rivolto all'esterno e all'interno di sé. E lo sono anche il sole che le illumina il collo e la luna che le segna il mento. Un'opera ancora tutta da studiare e da interpretare tanto più dal momento che è una delle poche salvate delle 12 sante che l'artista dipinse a Parigi in quel periodo. Ma perché Modigliani dipinse Sant'Agata? Secondo gli studiosi l'artista non venne mai in Sicilia né a Catania dove pure, per qualche tempo, vissero i suoi fratelli come, nel 1910, scrive la madre Eugénie Garsin: «Emanuele e Umberto fanno tana a Catania». Amedeo venne a trovarli? Difficile crederlo tanto più che, nel 1919, persi i documenti, non poteva lasciare la Francia. Eppure c'è chi assicura che Modigliani a Catania c'è stato e ha visto il reliquario di Sant'Agata come rivelerebbe un indizio del disegno. A sostenerlo è il grand'ufficiale Luigi Maina, cultore di Sant'Agata e della sua storia. Nel periodo in cui Modigliani schizzava il ritratto - dice - il reliquario era privo di gioielli perché il cardinale Nava aveva deciso di riordinarli. E il disegno mostra la santa senza gioielli. Un caso? «No, perché c'è un particolare che solo chi ha visto può avere disegnato: un gioiello, l'unico che Agata porta al collo, un sole. E' la stilizzazione di una Madonna con bambino all'interno di una raggiera d'oro, il medaglione centrale di una preziosa collana indossata e poi donata al tesoro della Patrona dalla baronessa Anna Zappalà Asmundo, la nipote del cardinale Nava». Secondo Luigi Maina, dunque, Modigliani venne a Catania e vide la festa con il reliquario spoglio dei gioielli, ad eccezione di quell'unico «sole». Vide e disegnò. E se la ricostruzione è tutta da verificare, il racconto fa già storia a sé ed è una storia intessuta di misteri e d'amore. 07/12/2010
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I catanesi...un popolo che è nello stesso tempo—il diavolo lo sa in che modo—luttuoso e festaiolo, chiuso e rumorosissimo, di poche parole e di molte grida, sensuale e affettuoso, filosofo per natura e incolto in filosofia…. La follia e la saggezza lo guidano senza litigare… Vitaliano Brancati Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla... Martin Luther King |
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#144 |
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Siceliota
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La «golera» di Sant'Agata è opera di un orafo siciliano
Quella collana in oro fu realizzata nel 1625 Il gioiello che adorna il reliquario di Sant'Agata e che, nell'ipotesi tutta da verificare avanzata dal grand'ufficiale Luigi Maina, potrebbe essere stato riprodotto, stilizzato, dall'artista livornese, è l'elemento centrale di una collana, «golera», secondo la definizione datane negli Inventari dei gioielli della Patrona di Catania. Della «golera» - secondo il testo «Il tesoro di Sant'Agata» pubblicato nel 2006 dall'arcidiocesi di Catania - rimane soltanto un frammento composto da tre elementi: due placche laterali in oro con al centro incastonata una gemma contornata da perline, a sua volta montata all'interno di una decorazione floreale in oro e smalti, e l'elemento principale che rappresenta una Madonna che tiene in braccio il Bambino circondata da una raggiera. Il monile, in oro, smalti, gemme e perle, è opera di un orafo siciliano ed è datato prima del 1625. La collana, infatti, si trovava al collo della statua già nel 1625, come riporta un inventario dello stesso anno che elenca «una golera con l'immagine della beatissima Vergine, dodici perle grosse due pietre granate false con cinquantacinque pietre adulterine». Una ricostruzione secondo la quale il monile fu donato alla Patrona in epoche più ben più antiche rispetto alla storia che raccontiamo. 07/12/2010
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Siceliota
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«Il testo non è una lettera e non è indirizzata a Modigliani». Dubbi su datazione e firma
Per l'Osservatore Romano il disegno inedito di S. Agata potrebbe essere un falso Il disegno inedito di Sant'Agata in versione cabalistica ed esoterica ha insospettito l'Osservatore Romano e il suo critico d'arte Sandro Barbagallo che, nel numero del 7 dicembre, senza tanti giri di parole, esprime dubbi sulla sua autenticità. A farli nascere non è solo la qualità dell'opera - «Il disegno è abbastanza vicino al tratto modiglianesco, ma in alcuni punti c'è un sospetto eccesso di zelo» - ma il modo in cui «l'inedito» e il suo ritrovamento sono stati presentati alla stampa e comunicati urbi et orbi attraverso le agenzie. E' stato detto (ma il nostro giornale si è guardato bene dal riprendere questa ricostruzione palesemente infondata, ndr) che il disegno è realizzato sul retro di una lettera, ancora da decifrare, inviata a Modigliani dal vescovo di Noto Giovanni Blandini. Ma la lettera è facilmente decodificabile: si tratta di un nulla osta che il vescovo «concedeva, nel 1879, alla vedova Michela Agnile di Spaccaforno (l'attuale Ispica), affinché potesse contrarre un nuovo matrimonio con Santo Nigro, residente nella stessa città». Dunque nessuna lettera indirizzata a Modigliani, tanto più che, a quel tempo, non era ancora nato. L'artista, infatti, viene al mondo cinque anni dopo, il 12 luglio 1884. Dubbi anche sulla datazione del disegno, il 1919, lo stesso anno della morte di Modigliani, a Parigi, a causa di una meningite tubercolotica. «Su cosa si basa?», domanda polemico Sandro Barbagallo secondo il quale Modigliani non mise mai piede in Sicilia, considerazione peraltro condivisa anche dai presentatori del disegno. Di più. L'Osservatore Romano si domanda «per quale ragione l'ebreo serfadita Modigliani, che non avea nessun rapporto né con Catania né col prelato di cui sopra (tra l'altro morto nel 1913, ndr), avrebbe dovuto disegnare proprio sant'Agata? Certo, poteva aver visto una riproduzione da qualche parte, ma ci risulta comunque curioso che abbia coronato il ritratto con le sigle: "msshdepl"», ovvero «Mentem Sanctam Spontaneam Honorem Deo et Patriae Liberationem». Un'iscrizione che si legge su una placca ben visibile del reliquiario della Patrona. Un acronimo «di cui solo i catanesi conoscono il significato». Di qui la conclusione. «L'arcano però si spiegherebbe se a ispirare il disegno fosse stato un santino di sant'Agata, spoglio di tutti i gioielli ex voto che la ricoprono. E questo giustificherebbe forse il disegno della collana, ma non l'acronimo e tanto meno il supporto cartaceo». Poi l'affondo finale. «Come mai tutte le altre firme di Modigliani hanno la "m" arrotondata, mentre quella dell'immagine di sant'Agata è singolarmente puntuta?». 09/12/2010
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#146 |
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Siceliota
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Parisot: il Ritratto di Agatae è autentico
Il presidente degli Archivi Modigliani porta la prova: l'autenticazione dell'opera da parte della figlia dell'artista Autentico o falso? Il dilemma appassiona i catanesi, come tutto ciò che riguarda Sant'Agata. Incuriosisce, e persino diverte, anche l'insolita inversione delle parti che vede gli ambienti ecclesiastici dubitare dell'autenticità del «ritratto di Agatae» e i laici difenderla a spada tratta, tanto più i catanesi, felici di potere esibire un ritratto dell'amata patrona a firma di uno dei più grandi artisti del secolo scorso. La vicenda è ormai nota. Nell'organizzare la mostra «Modigliani, ritratti dell'anima» l'assessore comunale alla Cultura, Marella Ferrera, esprime il desiderio che si possa trovare un legame con la città. E mai avrebbe potuto pensare che il legame, imprevedibile, si sarebbe trovato subito, e per di più eclatante: un disegno, finora inedito, di Sant'Agata. Roba da non credersi. E, infatti, il catanese diffidente e sornione ha subito pensato ad un «miracolo» tutto terrestre, ad una bufala alla Totò e Peppino. E i suoi dubbi hanno avuto ulteriore forza quando l'«Osservatore Romano», il giornale del Vaticano, ha scritto, senza tanti giri di parole, che si tratta di un falso. Per quale motivo Modigliani, ebreo serfadita, avrebbe dovuto ritrarre una santa cristiana e proprio la patrona di una città, Catania, dove non ha mai messo piede? E poi come si può sostenere, a riprova di un collegamento con la Sicilia, che il disegno è stato schizzato sul retro di una lettera inviata all'artista dal vescovo di Noto Giovanni Blandini? Non si può. Intanto perché non si tratta di una lettera, ma del nulla osta a contrarre un nuovo matrimonio dato ad una vedova di Agnile di Spaccaforno, l'attuale Ispica. Un atto datato 1879, cinque anni prima che Modigliani nascesse, a Livorno. Per non dire che il vescovo morì 6 anni prima del 1919, anno in cui è datato il disegno. Infine, qualche dubbio è avanzato anche sulla firma che mostra la «m» di Modigliani puntuta, anzicché morbida come di consueto. Immediata la risposta di Christian Parisot, presidente degli Archivi Modigliani Roma-Parigi. Una replica articolata in più punti. Innanzitutto il «foglio». Modigliani, spiega, era solito disegnare sul retro di lettere, atti notarili, ricette di farmacie e non solo per l'abitudine di riciclare la carta, scarsa in periodo post bellico, ma soprattutto per l'alta qualità di quella usata da questi vescovi e professionisti. Nulla di strano, dunque, ad eccezione del fatto che il documento provenisse da Noto. Uno strano percorso del caso? Possibile, ma Parisot si spinge oltre e avanza un'ipotesi ardita - non suffragata da alcun appoggio storico o scientifico - quella per cui potrebbe trattarsi di un messaggio scherzoso, e in qualche modo allusivo, del fratello Umberto, ingegnere minerario, che, in un periodo della sua vita, abitò a Catania. Questo scrive la madre, Eugénie Garsin-Modigliani, nel proprio diario tenuto tra il 1877 e il 1924. E però nulla è detto della data di questa permanenza. Ma perché Umberto avrebbe dovuto spedire al fratello Amedeo, per gioco, un vecchio nulla osta al matrimonio riguardante persone estranee? «Perché - argomenta Parisot - Amedeo voleva sposarsi, ma, avendo perso i documenti, aveva bisogno che i familiari lo aiutassero a rifarli». Ma, se così fosse, di certo l'aiuto non poteva venire da Catania. Il riferimento al fratello, invece, può essere interessante da un altro punto di vista, perché è plausibile che, qualora questi abbia assistito alle cerimonie agatine, ne sia rimasto colpito e abbia fatto avere ad Amedeo un'immagine di Sant'Agata. Perché una cosa è certa: chi ha eseguito il disegno ha visto il reliquiario. Troppo rispondente al vero il doppio richiamo della collana di perle e del medaglione centrale a raggiera. Ancora, sostiene Parisot, Modigliani rappresentò circa 12 soggetti sacri con espliciti riferimenti all'iconografia cristiana rivisitata con la simbologia cabalistica ed esoterica. Disegnò, tra l'altro, una Virgo Maria, un Kristos barbuto e sofferente e un altro in croce, San Giovanni Battista e alcuni monaci inginocchiati. Soggetti scelti, probabilmente, a seguito del turbamento che provò, lui nipote di un rabbino, di fronte alla conversione al cristianesimo dell'amico e pittore ebreo Max Jacob, battezzato da Picasso con il nome di Cipriano. La datazione del disegno al 1919, poi, dipenderebbe dal soggetto e dal tratto. «E' in quel periodo che Modigliani usa nei ritratti linee particolarmente fluide per i capelli e segni esoterici, quali, per esempio, il 9 che significa fecondità e i due 3 affrontati per i lobi delle orecchie». Anche in questo caso, dunque, si tratta di un'ipotesi. Una sola cosa è certa in questo «giallo» che rischia di diventare un tormentone, o di riaprire - e sarebbe più interessante - lo studio e il dibattito scientifico sull'opera: esiste un documento che certifica che il «ritratto di Agatae» è stato acquistato, da parte di un collezionista privato, in un'asta internazionale, in un lotto di documenti. E a quella data, al 1970, risale l'autenticazione dell'opera da parte della figlia dell'artista, Jeanne Modigliani, e per lei, anche degli Archives legales Amedeo Modigliani. L'opera è archiviata con il numero di repertorio 113/19. Ed è in questo certificato del 1970 che l'opera viene datata 1919. Documentazione a sua volta certificata da Christian Parisot, l'attuale presidente degli Archivi Modigliani. Dunque l'assessore alla Cultura Marella Ferrera, nel dare tanta risonanza a questo «pezzo» e nell'esporlo al posto d'onore della mostra, si è attenuta ad un documento che ne certifica l'autenticità. Sta agli esperti riaprire il dibattito, qualora abbiano dei dubbi, sempre vivi nel caso delle opere di Modigliani, il più falsificato degli artisti. Insomma, per l'attuale presidente degli Archivi Modigliani il «ritratto di Agatae» è un disegno conosciuto da tempo, sebbene rimasto custodito in casa di un collezionista, un documento che adesso «l'euforia della città» rende noto. Quasi a dire che non di un «giallo» si tratta, ma di un'ennesima manifestazione, inedita anch'essa, dell'ossessione amorosa dei catanesi per la Patrona. 10/12/2010
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Siceliota
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Media e sponsor per promuovere l'evento culturale
CATANIA. Un grande evento per riscattare la città, una mostra prestigiosa resa possibile dal sostegno di un gruppo di media partner, sponsor e sostenitori scesi in campo per fare in modo che «Modigliani, ritratti dell'anima» approdasse a Catania. La mostra, organizzata dal Modigliani Institut - Archivi legali Parigi-Roma in collaborazione con il Comune di Catania e l'assessore alla Cultura e ai Grandi Eventi del Comune di Catania - da domani all'11 febbraio al Castello Ursino di Catania (dal lunedì al sabato ore 10-19; domenica 9.30-20.30) propone un percorso all'interno della vita e dell'arte del grande pittore presenta un centinaio di opere che prende il via dalla nascita di Amedeo: 25 disegni, 3 oli su tela, 5 sculture oltre a 7 disegni inediti di Modigliani e l'inedito "Ritratto di Agatae" che sta suscitando molto clamore. Le altre opere presenti sono di artisti famosissimi - come Picasso, Toulouse-Lautrec e Jacob - che hanno condiviso il furore artistico d'inizio secolo a Montmartre. E ancora foto, documenti, schizzi (nella foto "Stella Maris", 1918, matita su carta). Il Comune ha messo a disposizione 20 mila euro e per coprire le spese necessarie per l'allestimento è scattata una sorta di mobilitazione di coloro che credono nel rilancio culturale della città. A partire dall'impegno personale speso da Marella Ferrera per le assicurazioni e il trasporto delle preziose opere; dalla Domenico Sanfilippo editore che ha pubblicato e offerto il catalogo; da Simeto Docks che ha messo a disposizione gli spazi per l'affissione dei manifesti promozionali; dal gruppo di media partner, Antenna Sicilia, Telecolor, Telejonica, La Sicilia Multimedia e questo stesso quotidiano, pronti a promuovere un evento per riaffermare il ruolo culturale di Catania. E ancora, l'agenzia Tam Tam che si è impegnata a trovare gli sponsor per realizzare al meglio una mostra che vuole coinvolgere e richiamare tutti i siciliani. Il colore rosso sarà il filo conduttore della manifestazione dedicata all'artista e "Rosso Modigliani" è il titolo di una serie di eventi paralleli. Oggi il critico d'arte Vittorio Sgarbi e il presidente degli Archivi Modigliani, Christian Parisot illustreranno ai giornalisti il progetto espositivo di "Modigliani, ritratti dell'anima" e in particolare sul "Ritratto di Agatae". Domani mattina l'apertura per il pubblico. O. G. 10/12/2010
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#148 |
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Siceliota
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Sgarbi: «E' di Modigliani quel volto di Agata? Un giallo inventato da Parisot per far parlare»
CATANIA. Arriva Sgarbi e l'attenzione è tutta per lui. E' lui Sant'Agata, lui l'idolo, lui la mostra. «Nessun commento - esordisce - perché non l'ho vista». Anche con il sindaco Stancanelli si è visto «poco», così crede, subito smentito da diretto interessato. «Non ci siamo mai incontrati». «Appunto, mi chiedevo: che faccia avrà il sindaco di Catania?». E subito si risponde: «Una faccia Modigliani». A Castello Ursino la mostra «Modigliani, ritratti dell'anima» s'inaugura così, con una risata generale, e prosegue con l'effervescente allegria contagiata da uno Sgarbi scoppiettante che, tirandosi dietro la fidanzata di un momento, divaga su tutto. Parla di Fini e dei traditori, del 14 dicembre che, «comunque vada, va bene», che Berlusconi abbia la fiducia o non l'ottenga. «Perché l'Italia è un Paese bellissimo e va avanti lo stesso: c'è Castello Ursino, Marella Ferrera e ci sono io. Perché ci dobbiamo preoccupare di chi ... sta al governo? Che ce ne frega?». E poi c'è la «risorsa radicali, che, come sono stati inutilmente all'opposizione, potranno stare inutilmente con la maggioranza». Sgarbi parla d'altro mentre scruta la mostra e ne registra il criterio espositivo: la stanza dei ricordi con le foto di famiglia e degli amici, le lettere, i documenti. La tavolozza del pittore, sola al centro di una porta ogivale: il cuore della mostra. Poco distante la bambola di pezza creata per la figlia, la piccola Jeanne. E ancora il percorso della formazione italiana, con i Macchiaioli, il periodo parigino rappresentato da numerose opere degli amici Jacob, Picasso, Toulouse-Lautrec, infine la sala dei disegni, quella delle sculture e il salone dei ritratti ad olio dove un posto d'onore, seppur defilato, ha il volto di Agatae. «Una santa straordinariamente adatta a Catania», commenta Sgarbi sornione. Il disegno è autentico? Glissa. «Non ho nulla da dire: non è di mia competenza». A questo, spiega, sono deputati gli esperti e i periti, «quale è Christian Parisot, presidente degli Archivi Modigliani. E poi l'opera è stata autenticata dalla figlia dell'artista». E del resto, aggiunge, la scritta «Agatae» e i tratti del volto rimandano alla mano del grande maestro. Dunque il disegno è autentico, oltre che autenticato? E qui quel gran guitto di Sgarbi fa una tripla capriola. «E' un giallo inventato da Parisot - ride -. Si è detto: come facciamo a far parlare della mostra di Modigliani se non ci mettiamo un'opera di cui si discute? Fosse santa Rita, santa Lucia... no, è sant'Agata. Lui che è un furbone ha messo in mostra tutte cose buone e l'unica di cui si discute è questa». Allora è falsa! E chi lo ha detto? Sgarbi, l'ecumenico, replica che «chiunque l'abbia fatta, nulla cambia nella luce del Signore». Insomma, è una bella trovata di cui è persino un po' invidioso. L'avesse avuta don Santino Salamone per la mostra su Sant'Agata fatta al Museo diocesano di Catania, o lui stesso per quella allestita a Salemi proprio su Modigliani... Alla fine della visita lo ammette: «Neanche la mia mostra mi aveva incuriosito. Qui mi sono anche divertito. Ho pensato: vado in una stanza buia, vedo un disegnino di Sant'Agata e tutti sono contenti. E, invece, scopro una mostra documentata e allestita con una capacità suggestiva e letteraria molto evocativa. Mi sembra che Parisot e Marella Ferrera siano stati capaci, con pochi mezzi, e senza poter contare sui prestiti delle grandi collezioni, di documentare in modo particolarmente sensibile lo spirito di Modigliani». Un poeta, l'autore di figure singole e di ritratti, «il pittore dell'anima che sa che la pittura è soprattutto confronto con se stessi». Di tutto questo, a suo avviso, parla «la frontalità ieratica del ritratto di Sant'Agata, simile alle sculture più che alle pitture di Modigliani, un idolo che rappresenta un valore spirituale. Buone ragioni per pensare che l'opera sia autografa». E conclude. «La mostra fa pensare, il catalogo mi sembra molto buono, e l'allestimento teatrale bello. Un piccolo miracolo che prova che Sant'Agata, di Modigliani o non di Modigliani, è sopra Catania e la protegge». E così sia. 11/12/2010
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I catanesi...un popolo che è nello stesso tempo—il diavolo lo sa in che modo—luttuoso e festaiolo, chiuso e rumorosissimo, di poche parole e di molte grida, sensuale e affettuoso, filosofo per natura e incolto in filosofia…. La follia e la saggezza lo guidano senza litigare… Vitaliano Brancati Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla... Martin Luther King |
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Siceliota
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Centinaia di giovani alla mostra di Modigliani
Ieri, primo giorno di apertura al pubblico, a mettersi in coda per visitare la mostra «Modigliani, ritratti dell'anima» sono stati soprattutto giovani nella fascia d'età tra i 20 e i 30 anni, soprattutto studenti universitari. E non mancavano gli anziani e i turisti stranieri, compreso un gruppo di arabi e uno di americani. Alcuni grandi alberghi cittadini, infatti, propongono già un pacchetto week end che include la visita alla mostra come principale motivo di attrattiva. A metà pomeriggio i visitatori erano già più di 500, tutti entusiasti di potere visitare una mostra interessante e, per alcuni, di poterlo fare guidati dal presidente degli Archivi Modigliani Christian Parisot che ha fatto da cicerone d'eccezione, gratuitamente, a due gruppi di trenta persone, alle 11 e alle 17. E replica anche oggi, alla stessa ora, dietro prenotazione (segreteria organizzativa di Castello Ursino, tel. 095.345830). Un'affluenza che è continuata per tutta la sera e fino a notte. In tanti, infatti, hanno colto l'occasione per visitare anche il castello federiciano in un orario e in un'atmosfera particolarmente suggestiva. La mostra rimarrà aperta fino all'11 febbraio, da lunedì a sabato dalle 10 alle 19 e domenica dalle 9,30 alle 20,30. Il biglietto costa 6 euro, 5 per i gruppi (da 15 a 40 persone), e 3 per chi ha diritto alla riduzione. La biglietteria chiude un'ora prima del castello. Per evitare code i biglietti si possono acquistare in prevendita in tutte le agenzie collegate al circuito Box Office (1,50 euro, tel. 095.722.53.40). E' possibile, ogni trenta minuti, usufruire del servizio di visite guidate per singoli o per gruppi con un costo di 1,50 euro a persona. Nel bookshoop allestito all'interno della mostra è possibile acquistare dei gadget e il catalogo della mostra curato dagli Archivi Modigliani e pubblicato da Domenico Sanfilippo Editore. Va segnalato, inoltre, che venerdì, per la presentazione alla stampa, l'imprenditrice della ristorazione Giusi Parolino e il cuciniere errante chef Carmelo Chiaramonte hanno offerto un aperitivo d'autore, con tavolozze sensoriali «in rosso Modigliani»: bastodoni, fragole con il peperone, tonno rosso con zenzero e ananas, riccio crudo al cioccolatto, gambero al liquore. Prodotti siciliani presentati con eleganza e gusto minimalista, espressione di una filosofia dell'arte culinaria battezzata «Concept-Taste», cioè arte, moda, cultura e cibo insieme per sperimentare l'arte attraverso i cinque sensi. 12/12/2010
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Tutto esaurito per lo spettacolo di Capodanno al Bellini
30/12/2010 CATANIA - Ha fatto già registrare il tutto esaurito in ogni ordine di posti a Catania il concerto di Capodanno in programma nel Teatro Massimo Bellini nel tardo pomeriggio del 1 gennaio. Il concerto, diretto Manfred Mayrhofer sarà alla viennese. Il programma scelto è quello classico delle musiche Johann Strauss senior e junior e di Joseph Strauss. Tra i brani che saranno eseguiti l'ouverture de "Il pipistrello", le "Storielle del bosco viennese", il "Valzer dell'Imperatore", il "Pizzicato-Polka", "Sul bel Danubio blu" e la "Marcia di Radetzky". lasiciliaweb.it |
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Siceliota
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IL MITO PATRIOTTICO DEL «CIGNO» CATANESE
Nel segno dei «Puritani» si levò al Teatro comunale di Catania un inno di gioia per festeggiare l'insediamento del Parlamento siciliano Risale alla primavera del 1841 il viaggio in Sicilia dello scrittore danese Hans Peter Holst in compagnia dell'amico, padre dell'ottocentesco immaginario fiabesco, Hans Christian Andersen. Holst avrebbe immortalato quel viaggio in una sorta di récit, a tutti gli effetti una novella, dal titolo (forse poco azzeccato) L'amante di Bellini, pubblicata all'interno dei Sizilianske Skitser nel 1853. Il racconto riporta l'attenzione ai giorni del '32 e al secondo ritorno di Vincenzo Bellini in Sicilia. Esso si iscrive in quella "polarità romantica" di Eros e Thanatos che, non a caso, avrebbe riproposto accanto all'effige restaurata del Bellini catanese quella di Francesco Ferrara come esponente del riformismo democratico. Al lettore attento non possono sfuggire i tratti sostanziali del mito belliniano che, probabilmente nel tempo catanese di Holst, erano già stati accuratamente definiti tra Catania e Napoli, negli scambi reciproci fra Francesco Florimo, amico fraterno di Bellini, e i fratelli di Bellini, costretti tutti (in modo diverso) nella ri-costruzione della vita e dell'opera del Cigno. Il Bellini di Holst ha tutti i caratteri che il presente gli ha già conferito: bello, triste e dannato in amore. E nel nome della misteriosa amante, Ismene, Holst avrebbe rivelato di conoscere uno dei tanti titoli delle opere belliniane che il tempo, gli uomini, e la sorte, purtroppo, avrebbero costretto all'oblio: la cantata Ombre pacifiche, le cui parti, nella diaspora delle carte belliniane, si trovano oggi divise fra la natìa Catania e gli archivi statunitensi. Ben diverse appaiono le ragioni che inducono Holst a legare la figura di Bellini a quella dell'erudito Francesco Ferrara che, negli anni catanesi del Danese, viveva l'ultima parte del suo tempo (sarebbe morto nel 1850): molto semplicemente egli stava lì come "testimone del rapido distacco del riformismo democratico catanese dalla monarchia borbonica", su un viale del tramonto che appariva segnato nel regno meridionale dall'esaurirsi dell'onda riformatrice degli anni '30. Ma di lì a poco il tempo avrebbe legato diversamente la passione dei catanesi per Bellini nell'imminenza dei venti risorgimentali: perché anche a Catania il Teatro Comunale rappresentò il "luogo privilegiato" dove si incontrano tutte le classi sociali, il palcoscenico ideale sul quale celebrare i tempi della politica e della cultura, dello svago e del divertimento, della musica e dei suoi protagonisti. E come nella maggior parte delle città italiane, a questo Teatro sarebbe toccato il ruolo di diffondere il repertorio del melodramma italiano, nonché quello socio-politico di contribuire all'aggiornamento del gusto del pubblico catanese che entra in contatto con i più celebri titoli di Rossini, Donizetti, Bellini, Verdi; ma anche quello di rinsaldare i vincoli sociali attraverso nuove forme di partecipazione alla vita politica. Ad esempio può esser presa in considerazione la stagione lirica del Comunale degli anni 1847-1848: appare evidente che la scelta dei titoli non è aliena da strategie impresariali correlate agli avvenimenti che investono la città durante i moti del '48. Si tratta di una programmazione che, se per un verso sancisce le "valenze risorgimentali" del culto belliniano, per un altro consolida - anche a Catania - l'inarrestabile ascesa dell'opera verdiana, già illustre bersaglio delle politiche culturali dei teatri borbonici. La stagione ruotava intorno alla produzione di cinque opere, di cui due di Donizetti ("Alina, regina di Golconda" e "Il furioso all'isola di San Domingo"), due di Bellini ("Beatrice di Tenda" e "I Puritani") e uno, quello inaugurale, di Verdi ("Ernani"). Tralasciando le ragioni dell'insuccesso delle opere donizettiane, concentriamoci, invece, sulle sorti di due degli altri tre titoli: "Ernani" e "Puritani". Per il primo, si trattava del titolo di Verdi più "colpito" dalla censura: il suo portato "liberale" era apparso manifesto sin da subito persino allo stesso compositore che già il 27 ottobre del 1843, scrivendo al librettista Francesco Maria Piave durante la composizione dell'opera, gli ingiungeva un "Sia breve e liberale". Sin dalla prima rappresentazione, avvenuta al Gran Teatro La Fenice di Venezia il 9 marzo 1844, il successo fu ampio; il titolo iniziò a circolare sui principali palcoscenici italiani, nonché la moda di vestire il famoso "cappello all'Ernani" eletto a vessillo dai patrioti veneziani. E a Napoli, l'editore Girard pensò bene di pubblicare, già alla fine del 1845, i pezzi staccati dell'opera nella versione per canto e pianoforte, favorendo una massiccia circolazione del titolo nel corso di pubbliche accademie e concerti privati. E sebbene a Catania "Ernani" andò in scena in una versione emendata dal titolo Il proscritto ossia Il corsaro di Venezia, nulla impedì alla moltitudine di persone che riempirono il Comunale di accendersi all'avviso di musica e parole del famoso finale del primo e del secondo atto. Fu un successo e basta. Per tal motivo, all'impresario apparve provvida l'occasione di riempire nuovamente la sala facendo ricorso ai "Puritani", il titolo più patriottico del Cigno catanese. Si trattava di una scelta coraggiosa: gli interventi messi in atto dalla macchina censoria borbonica ne avevano impedito a lungo la rappresentazione nel Regno di Napoli. D'altronde, persino nel 1834 allo stesso Bellini non era sfuggito il portato "libertario" del duetto "Il rival salvar tu dei" (definito dal musicista stesso "di un liberale da far paura") espunto all'uopo dalla versione dell'opera approntata per le scene napoletane. Tant'è che sarebbero trascorsi ben tre anni, fino al gennaio 1837, per vedere i "Puritani" al Teatro San Carlo di Napoli e nei teatri del Regno. Lunga l'attesa anche da parte dei catanesi che poterono godere dell'ultima fatica del Cigno solo agli albori del 1839. In quell'occasione nessuno còlse l'intervento censorio compiuto sui versi della cabaletta del famoso duetto per due bassi "Suoni la tromba, e intrepido", dove ad "affrontare la morte" si andava gridando "lealtà" piuttosto che "libertà". Nulla valse la censura a fronte dell'amor patrio: il tempo trascorso dal 1839 al 1848 decretò l'inestimabile fama di quell'inno che divenne per i patrioti isolani canto di battaglia e di ringraziamento per la liberazione. E nel segno dei "Puritani" che si levò al Teatro Comunale di Catania un inno di gioia per festeggiare l'insediamento del Parlamento Siciliano. * Facoltà di Lettere e Filosofia Università di Catania 30/12/2010
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Siceliota
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Eleganza, brio e magiche note per una serata beneaugurante
In confronto ai concerti d'inizio d'anno più strapagati del mondo (che quest'anno sono stati non poco fiacchi), quello di Catania ieri sera al Massimo Bellini ha avuto delle caratteristiche positive innegabili: brioso, allegramente adorno di fiori e di bollicine, elegante e strapieno: nel senso che c'è stata una gran ressa al botteghino, che tutti i posti sono stati venduti e se altri ce ne fossero stati, sarebbero andati via anche quelli. In scena i maestri della nostra orchestra e i suoi solisti più prestigiosi. A dirigere Manfred Mayrhofer (foto), che porta nel sangue la gioia di vivere viennese. In programma i classici del genere: Il Pipistrello, il Valzer dell'Imperatore, il Danubio blu: cioè il massimo del brio di un'età che sa di Secessione, di saloni imperiali, di musica raffinata, di quella voglia di vivere che oggi appare mitica. Erano gli anni dell'operetta che recava la melodia più avvolgente sulle scene togliendo spazio alle tragedie che con Hoffmansthal avviavano la tragica conclusione della classica armonia, con l'insorgere della psicanalisi e la scoperta degli impulsi primordiali nelle regioni dell'inconscio. Ma questo era presente negli scritti di Freud e di Musil. Nel valzer c'erano tutte le speranze positive che sono rimaste come eredità di allegria e buon gusto fino a noi. Notazioni storiche che ricordano come la immancabile Radetzkymarsch che ha concluso la locandina e l'altrettanto immancabile battimani cadenzato che gli spettatori le hanno riservato, per Joseph Roth fosse invece il simbolo dello sgretolarsi della Felix Austria (e a noi Italiani dovrebbe ricordare le prigioni di Silvio Pellico e la Fatal Novara). Ma questo sta nei cassetti degli storici. Nella sala è stato uno spumeggiare di applausi, un frizzare di violini, un cinguettare di flauti. Allegria, allegria, allegria e tanti auguri. La musica è proprio questo: esaltazione dello spirito e invito alla gioia, inno al sogno di un domani migliore. Chi ricorda che i Puritani furono scritti in un frangente rivoluzionario che fu compianto anche da Leopardi? Perciò la serata del Massimo è stata quello che doveva essere: un inizio d'anno festoso. Tanto festoso che qualche spettatore non ha resistito al desiderio di scattare una foto dell'evento e farne partecipare gli amici in diretta. La magica musica viennese non può da sola risolvere i problemi sociali nazionali e tantomeno quelli internazionali, ma può dare la carica per affrontarli con la voglia di farcela. E perciò gli applausi, le felicitazioni degli spettatori tra di loro e con le massime autorità cittadine (protratte queste anche nella piazza miracolosamente tornata alla tranquillità d'antan) sono il migliore augurio che il Teatro poteva organizzare per la città e per il suo stesso domani. Sergio Sciacca 02/01/2011
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Siceliota
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«Cassandra» splendida riscoperta
L'opera di Gnecchi tra mito e modernità La maestria della Casolla per Clitennestra CATANIA. E' chiaro fin dalle prime battute: la Cassandra di Vittorio Gnecchi (1905) riportata a nuova vita al Teatro Massimo di Catania, dopo più di un secolo di ostracismo (per una storia poco chiara di gelosie e plagi), è un esempio assai nobile della musica lirica italiana, che risente della strumentazione e delle modalità espressive del Novecento (e dunque di Strauss e prima ancora di Wagner), ma non ha le asprezze che saranno di Hindemith, e mette assieme la visione neoclassica del decadentismo alla Hoffmannsthal con il neoclassicismo rinnovato da Ettore Romagnoli in Sicilia. Arti e stili Un connubio di arti e di stili che nell'allestimento curato dalla regia di Gabriele Rech ha reso la duplicità dei piani di azione: con il prologo, cantato con possanza risonante da Nicola De Michele (anche in sala tra il pubblico a ricordare che il protagonista dei drammi attici era proprio il popolo, la corale partecipazione della cittadinanza, ai gran fatti mitici della tradizione comune); con il continuo traslato dei costumi (coerentemente disegnati da Sandra Meurer) dalla modernità al simbolo e quindi alla metafora tra le figure reali e quelle immaginate. Le luci di Giuseppe Di Iorio sottolineano con immediata efficacia i momenti di passaggio: dalla sala alla skené. Dramma nostro dunque e non solo neoclassico (attualizzato forse eccessivamente dall'esibizione delle foto dei caduti per la Nuova Italia). Questo si coglie a prima vista e a primo ascolto... Finezze Occorre orecchio più ammaestrato per distinguere le finezze della partitura strumentale, della quale Donato Renzetti, da quel compiuto concertatore che è ha colto i sussulti e gli impeti saputi. Comprendiamo: agli inizi del Novecento c'era ansia di rinnovamento, il verbo musicale oltremontano affascinava Puccini e ancora di più la generazione che si avviava fiduciosa verso una nuova tessitura sonora. Presagi che non ebbero esiti altrettanto grandiosi quanto quelli che si lasciavano alle spalle e di cui anche Tiziana Carlini (come direttrice del coro, integrato dalle candide voci istruite da Elisa Poidomani), ha segnato il senso artistico con avveduta attenzione agli scarti stilistici. Così si inquadra il complesso creativo che meriterà ulteriori richiami di studio e con degna riscoperta dei valori di una musicalità italiana che voleva continuare la tradizione nostrana anche in armonia con le suggestioni forestiere. Gli interpreti Giovanna Casolla è Clitennestra: indomita tindaride, sicura della propria forza e istintiva dominatrice della partitura e dei sentimenti che vi sono sottesi. Il suo grido di amore, anche nel momento del pericolo estremo, corrisponde a un matriarcato mitologico eppur vero. La voce che modula con assoluta maestria trasvola sulle punte sonore con naturalezza perché ne fa l'espressione dei sensi; compie una analisi psicologica e sociale attraverso le note melodiche o imperiose e trova subito la strada dell'espressione sentimentale. Ha veramente creato il personaggio che ora non sapremmo immaginare diversamente da come lo ha modulato lei. L'Egisto interpretato da Carmelo Corrado Caruso ha i tratti sonoramente sicuri e il comportamento perfido di chi vive in un mondo eroico ma non ne condivide tutta la nobiltà: voce ardita con sfumature di colore che sanno ben rendere le pieghe più torbide di un temperamento oscuro. John Treleaven è stato un Agamennone attento alla impegnativa partitura. Mariana Pentcheva una Cassandra dagli impeti canori ben calibrati. Il trionfo Meritati e prolungati applausi del pubblico per tutto il cast (completato da Paolo La Delfa, Piera Bivona e Samuele Cozzubbo) che è riuscito nell'impegnativo compito di dare nuovo e crediamo definitivo lustro a una creazione che non meritava un oblio più che secolare. 12/01/2011
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Siceliota
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Carla Fracci: qui mi sento a casa
Eredi Gnecchi: «Grazie Catania» CATANIA. La prima della stagione lirica è sempre un'occasione di grande importanza, alla quale bisogna presenziare costi quel che costi. Ma quando la prima è costellata di ospiti d'onore come l'etoile al di sopra di tutte, Carla Fracci, con il marito regista Beppe Menegatti, il fiore delle nobiltà e dell'alta borghesia milanese, i discendenti del compositore Vittorio Gnecchi-Ruscone, al quale è dedicata proprio l'apertura della stagione 2011, allora è bene sfoggiare la pelliccia. Anche se la temperatura sorprendentemente mite della serata non lo richiede. Alle 20 l'ingresso del Bellini di Catania è colmo di gente. Sorrisi sfavillanti, libretti in mano, uno sguardo in giro per vedere chi c'è. Foto di rito, telecamere e primi commenti di sala sulle ultime notizie. Il tappeto rosso fa risaltare il nero degli abiti delle signore. Corti e lunghi. Perle e brillanti. Capelli raccolti e sciolti sulle spalle. Tanti papillon per i signori. Pellicce di ogni forma e colore, qualcuno ha azzardato anche un candido bianco sotto il ginocchio, accompagnata dal lungo esagerato da sposa della più giovane figlia. Pochi minuti prima dell'inizio della Cassandra (puntuale alle 20.30), arriva la leggiadra signora Fracci. Chi la invita a firmare il libretto della serata e chi, addirittura, si fa dedicare una foto d'annata che la ritrae in un altro teatro catanese. «Ho ballato tante volte sul palco del Bellini che mi sento come a casa - è il primo commento di Carla Fracci, capelli raccolti, un filo di trucco, vestito di velluto con calze bianche che richiamano il bianco della sciarpa di seta, collana di pietre e pelliccia appoggiata sulle spalle -per me è sempre un onore essere ospite di serate come questa. Ma questa prima, in particolare, consente finalmente di tributare a Gnecchi il giusto riconoscimento. Io ho una buona amicizia con la sua famiglia». «Questo sì che è un vero evento», sottoscrive lapidario il marito della signora Fracci, il regista Beppe Menegatti, elegante papillon di velluto nero su un maglioncino rasato. La scelta del Bellini di mettere in scena la rarissima e controversa opera di Vittorio Gnecchi, che per l'ultima volta in Italia è andata in scena nel lontanissimo 1942 (Teatro dell'Opera di Roma), ha dunque suscitato un enorme interesse, sia da parte del pubblico sia di critici e giornalisti. Le principali emittenti nazionali inseriranno Cassandra all'interno dei loro programmi di musica classica, mentre gli esperti delle riviste di settore, ma anche dei quotidiani nazionali ed esteri hanno preso posto in prima fila. Per l'occasione sono giunti a Catania, insieme con i discendenti del compositore milanese, anche una trentina di soci dell'dell'Associazione musicale Vittorio Gnecchi-Ruscone. «Oggi siamo catanesi - commenta sorridente Isabella Gnecchi-Ruscone, che per la serata ha scelto una mise sobria e audace, giacca di velluto e stivali sopra il ginocchio - felici, commossi, grati alla Sicilia e al vostro Teatro che ha scelto di dare luce su un'opera che per troppo tempo è stata legata ad una controversia. E' la prima volta in 100 anni - dice ancora la nipote del compositore di Cassandra - e speriamo che Catania sia solo l'inizio». Nel palco riservato alla nobile famiglia milanese, Cristina Carlotti, Alessandra, Isabella e Ludovico Gnecchi-Ruscone, con la moglie Dodo e Matilde Visconti. Il sindaco Stancanelli, invece, ha condiviso il palco del secondo ordine con la sovrintendente Rita Gari Cinquegrana, il regista e scenografo Roberto Laganà Manoli e l'architetto Marina Galeazzi. Tra gli altri ospiti d'onore, la moglie e la figlia di sir Georg Solti, uno dei più grandi direttori d'orchestra, il regista Antonio Calenda, direttore del Teatro Stabile del Friuli, Gioacchino Lanza Tomasi, noto musicologo ed ex sovrintendente del Teatro San Carlo di Napoli. 12/01/2011
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melior de cinere surgo
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Uno spettacolo della natura!
![]() Foto scattata 10 minuti fa dalla terrazza di camera mia.
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«La lotta alla mafia dev'essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità». Paolo Borsellino |
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Sono io!!
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![]() ![]() ... e l'aeroporto ha chiuso!!! (ora è già riaperto)
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I LOVE MY CiTy |
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#157 |
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Siceliota
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Catania, città teatrale
Catania è una delle città più teatrali d'Italia, forse la più teatrale. A dirlo sono i numeri che, con la loro forza asettica, raccontano di una comunità che ama e pratica il teatro in tutte le sue forme e sfaccettature. Musica, danza e soprattutto prosa portate in scena in teatri grandi e di antica tradizione e in teatri medi, piccoli e piccolissimi realizzati nei posti più disparati, inclusi i luoghi di lavoro, le carceri, l'università. E poi compagnie di professionisti e gruppi amatoriali, bambini e ragazzi che fanno teatro a scuola, nelle parrocchie, nei quartieri, e con loro gli insegnanti e magari i genitori. Ci sono poi gli autori di testi per il teatro, e sono tanti e, ovviamente, di diverso valore. Infine, anzi per primo, c'è il pubblico, numeroso, affezionato, appassionato. Pubblico informale e familiare e pubblico pagante che, secondo i dati della Siae, nel 2007, in una città al dissesto finanziario, non si è negato il piacere del teatro spendendo al botteghino 4.722.000 euro, una somma inferiore solo a quella spesa a Roma, Milano e Napoli, città con una popolazione di gran lunga maggiore di quella catanese. Per non parlare degli abbonati, ben più di 15.000 dei quali 10.000 per il solo Teatro Stabile, contro i 6.000 del Piccolo di Milano. Il teatro appassiona al punto che c'è chi ne annota ogni respiro, come Mauro Longo, cultore della materia con il gusto della classificazione, che pubblica periodicamente un resoconto su ciò che si muove sulle scene di Catania e provincia. Nella sua più recente fatica, relativa al 2008, ha contato, nella sola città, 38 teatri e 74 compagnie teatrali. Ed è una conta ufficiale basata su quanti pagano le tasse e l'Enpals. Tutti, ora che lo Stato - equiparando il teatro a ogni altra forma d'impresa - esercita una vigilanza occhiuta e fiscale. Se poi si considerano le compagnie amatoriali del capoluogo e provincia, allora, secondo i suoi calcoli, la conta arriva alla sbalorditiva cifra di circa 700. E non si fa solo teatro, ma si scrive per il teatro. Basti pensare che, nel solo 2008, a Catania, alla Siae sono stati depositati ben 76 copioni. E poi c'è tutto un fiorire di scuole. Quella storica, la Scuola di arte drammatica dello Stabile di Catania dedicata ad Umberto Spataro, è stata fondata nel 1966, prima di quella del Piccolo Teatro di Milano. Nell'ultimo decennio, poi, molti teatri hanno costituito una propria scuola e ragazzi ed adulti si mettono in fila, attendono anche anni e si sottopongono a dure selezioni pur di essere ammessi. Ci sono poi i docenti e gli educatori che seguono corsi di teatro per essere in grado, a loro volta, di educare gli allievi a questa forma d'arte, ognuno nel proprio campo d'interesse, dalle tragedie greche, ai grandi drammi contemporanei legati all'uso della scienza e dalla tecnica, alle tragedie storiche, ai dilemmi etici propri della condizione umana. Per i ragazzi un'occasione per imparare la materia, per conoscersi meglio, per sperimentarsi e anche per creare nuove relazioni con i compagni, e non solo quelli di scuola, visto che la maggior parte di loro partecipa ai festival teatrali che pullulano in tutta Italia. Per tanti è la scoperta di una passione per la vita. E lo è anche per i docenti, alcuni dei quali si sono appassionati al punto da costituire una propria compagnia. La passione per le scene esonda fino a lambire luoghi abitualmente più ingessati, come le aule universitarie. A Giurisprudenza, per esempio, il teatro diventa un percorso didattico in cui i processi vengono simulati in scena per rendere l'argomento accattivante e di più facile comprensione per gli allievi. E, naturalmente, il teatro è anche un potente mezzo e veicolo di integrazione, come nelle scuole primarie dove - anche in considerazione della presenza di tanti bambini figli di immigrati - si tengono «recite multietniche». Per non dire che teatrali sono i gesti, i modi d'espressione, l'atteggiarsi e le battute sapide, sferzanti e irridenti dei catanesi, teatrali «per natura». Come ebbe a dire una volta la grande Paola Borboni nel commentare le parole di un'anziana seduta davanti l'uscio di casa adorno di una rigogliosa pianta di basilico. A lei che ne lodava la bellezza, la donna, accarezzandone le foglie, rispose: «Mi fa compagnia». Una risposta teatrale. «Ci parla - commentò ammirata la Borboni -. Solo in Sicilia si può vedere una cosa simile». E del resto, non a caso, la città vanta anche grandi attori. Basti pensare che Stanislavsky, il padre dell'Actor's Studio, l'ideatore del metodo che porta il suo nome - un tipo di recitazione non declamatoria, ma che cerca la verità del personaggio nello scavo interiore e psicologico - disse e scrisse di averlo elaborato dopo avere visto recitare a Mosca il grande catanese Giovanni Grasso. Un attore autodidatta che, d'istinto, esprimendo la propria cultura sanguigna, riusciva a comunicare forti passioni, sentimenti ed emozioni. I russi ne furono conquistati. E dire che recitava in italiano. 07/02/2011
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I catanesi...un popolo che è nello stesso tempo—il diavolo lo sa in che modo—luttuoso e festaiolo, chiuso e rumorosissimo, di poche parole e di molte grida, sensuale e affettuoso, filosofo per natura e incolto in filosofia…. La follia e la saggezza lo guidano senza litigare… Vitaliano Brancati Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla... Martin Luther King |
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#158 |
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melior de cinere surgo
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Circa un milione di persone in strada per le ultime festività agatine.
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#159 |
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melior de cinere surgo
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Arriva il videoclip dell''Alieno'
(ANSA) - CATANIA, 18 FEB - Sarà distribuito dalla Universal dal 27 febbraio il video musicale intitolato 'L'alieno', girato in Sicilia dal cantautore Luca Madonia e al quale ha partecipato Franco Battiato. I due si sono esibiti a Sanremo con l'omonimo brano. Lo ha reso noto la Catania Film Commission. Il video è prodotto dall'etichetta discografica Narciso Records di Carmen Consoli - stasera all'Ariston per il duetto con i due artisti - e dalla Scarfilm con il supporto della Film Commission del Comune di Catania. fonte |
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#160 |
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Siceliota
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Sciuti, il poeta della tavolozza
Nel centenario della morte, il ricordo del pittore di Zafferana che affrescò il sipario del Bellini Il 13 marzo 1911 si spegneva a Roma, dopo una straziante agonia, nella casa di via de' Villini a Porta Pia, il pittore Giuseppe Sciuti, decoratore teatrale di scenografie architettoniche usate come quinte e di panorami messi a fuoco con nitida precisione, definito da Mario Rapisardi, "grandioso e luminoso poeta della tavolozza". Catanese d'elezione, era nato il 26 febbraio 1834, a Zafferana Etnea, dove affrescò Matrice e Municipio ed è stato ricordato, nel 1985, con una mostra e continua ad esserlo con un mezzobusto in piazza Umberto. A 15 anni, nonostante il padre farmacista l'avesse voluto medico, per difficoltà finanziarie sopravvenute, lavorò a Giarre dal decoratore Giuseppe Spina. A 23 anni sposò Antonietta Torrisi. Avendo manifestato spiccate doti, andò a lezioni d'ornato da tre artisti anch'essi di nome Giuseppe: lo scenografo De Stefani e i pittori Rapisardi e Gandolfo; costui lo incoraggiò a proseguire gli studi a Firenze dove dipinse, tra l'altro, "La Tradita" e "La Vedova", ora al Castello Ursino assieme ai cartoni della Collegiata. Nel 1867 si trasferì a Napoli e vi rimase 8 anni, per frequentare la scuola realista di Domenico Morelli e Filippo Palizzi. Nel 1875 si trasferì a Roma dove s'accostò ai veristi di Cesare Maccari. Il grande successo di "Pindaro" lo fece innamorare dei soggetti antichi che avrebbero costituito il motivo della sua effimera gloria, una volta tramontata la moda dell'epica. La grande tela "Hic manebimus optime" suscitò l'ammirazione dei reali Umberto e Margherita, di Crispi e del principe Torlonia. Quando compì 70 anni accettò la commenda della Corona d'Italia. Lavorò anche a Sassari, Milano, Lugano, Londra, Melbourne, Salerno e Palermo dove affrescò la sontuosa dimora dei Florio e il sipario del Massimo, raffigurante "L'incoronazione di Ruggero". Dipinse anche quello del Teatro Bellini di Catania, rappresentante un'immaginaria vittoria dei catanesi sui libici. Salvo che per i ritratti (tra cui "Saffo") fu affascinato dalle grandi tele, dalle alte cupole e dalle volte immense delle chiese. La pittura dello Sciuti ha un chiaro riferimento al melodramma con le ambientazioni classiche dagli effetti di luce che ricordano i primi kolossal cinematografici. Soleva dire: "un'opera non è mai finita, vi si torna a lavorare sempre!". Nella R. Cappella S. M. dell'Elemosina del capoluogo etneo affrescò, nel 1898, il presbiterio, la volta della navata centrale e la cupola, sviluppando un complesso tema iconografico: la consegna nel 1446 della bolla di Eugenio IV al beato Pietro Geremia, l'Assunzione con un coro angelico, i Quattro Evangelisti, il Pellegrinaggio all'edicola della Madonna della Misericordia. A Sant'Agata la Vetere dipinse la pala d'altare della Madonna dei Bambini, voluta dal canonico Giuseppe Caff. Il suo carattere buono e caritatevole emerse anche nella tela che raffigura la Divina Madre che si prende cura dei piccoli derelitti, descritta nel 1899 in un articolo de "L'Osservatore Romano" che lo definì un grande maestro della pittura. Ad Acireale, la "città gentile" della madre, lavorò all'affresco della navata centrale del Duomo, il che gli impedì di partecipare all'Esposizione del 1907. Alla Pinacoteca Zelantea, della cui Accademia fu socio, lasciò i grandiosi cartoni oltre al capolavoro "Io sono la luce del mondo", che raffigura la Vergine Madre, abbigliata da popolana siciliana che stringe in braccio il Figlio, con un luminosissimo sole risaltante come un'aureola atmosferica sul paesaggio. L'artista affermava che l'arte non è fotografia, ma per "La Battaglia di Imera" si servì di un'istantanea di un cavallo sul punto di cadere, scattata da lui stesso. Dipinse 150 lavori, quasi tutti di grandi dimensioni ed oggetto di lusinghieri giudizi. L'opera di Sciuti "Le gioie della buona mamma" è stata esposta recentemente nelle Scuderie del Quirinale, per la rassegna "1861-I pittori del Risorgimento", in occasione dei 150 anni dell'Unità d'Italia e, grazie all'iniziativa "Le sensazioni del Risorgimento", è stata fruita anche dai non vedenti e non udenti. Antonio Blandini 25/02/2011
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I catanesi...un popolo che è nello stesso tempo—il diavolo lo sa in che modo—luttuoso e festaiolo, chiuso e rumorosissimo, di poche parole e di molte grida, sensuale e affettuoso, filosofo per natura e incolto in filosofia…. La follia e la saggezza lo guidano senza litigare… Vitaliano Brancati Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla... Martin Luther King |
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| Tags |
| arte, catania, cultura, spettacoli |
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