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si! lo so ...un po' lungo ma interessante!

Argentina.
Una crisi all’italiana. Reportage da un “paese fratello”
di Ludovico Incisa di Camerana


Più che mai Europa, più che mai Primo Mondo: sempre differente dal resto dell’America Latina, anche nel modo di affrontare le sue crisi, l’Argentina. Bastano pochi giorni a Buenos Aires per averne la conferma. Il peso, la moneta nazionale ha perduto la sua dignità, quello status che l’eguagliava al dollaro. Buenos Aires no. Le grandi avenidas non lasciano trasparire sintomi di trasandatezza e di decadenza: i prati all’inglese sono perfettamente ravvivati, i portoni sono verniciati di fresco, le guarnizioni di ottone sono lucide e non opache e annerite come da noi. Quelli che sono stati gli anni della dissipazione e dell’euforia, i deprecati ma rimpianti Novanta, hanno aggiunto alla capitale altri tocchi di modernità. L’aeroporto di Ezeiza è stato ampliato con un gusto che fa sfigurare Malpensa. Il lusso di Buenos Aires continua a conciliarsi con la grandiosità. La globalizzazione è accettata, ma è contenuta: McDonald’s ha issato la sua bandiera nel nuovo Village della Recoleta, il centro brillante della metropoli, ma è accerchiato da pizzerie e ristoranti italiani, e ha dovuto ammettere con poche storpiature linguistiche il café expresso.

La città è pulita senza bisogno dei cassonetti, gli orrendi catafalchi che deturpano i quartieri residenziali di Roma e di altre città italiane. Certamente c’è la periferia, ci sono le aree degradate, le villas miserias, popolate in prevalenza dagli extracomunitari locali, dagli immigrati dei paesi vicini. Negli altri quartieri sono ormai rari i cacerolazos, le proteste fatte battendo padelle e casseruole da pensionati, che non potevano riscuotere gli assegni, nonché da benestanti o da ex benestanti, da coloro che, avendo i propri risparmi depositati a scadenza fissa, non avevano avuto il tempo di aggregarli ai venti miliardi di dollari fuggiti all’ultima ora, poco prima del blocco dei conti bancari.

Adesso si riscuotono gli interessi dei capitali depositati all’estero. Come in altri periodi di crisi, le buone famiglie argentine svendono i pezzi di antiquariato acquistati in Europa o portati dall’Europa nel cinquantennio aureo tra il 1880 e il 1930. Le banche e le imprese straniere, dopo aver lucrato per decenni proventi cospicui, di fronte alle perdite subìte nell’ultimo esercizio, hanno già deciso: le più pavide smobilitano, le più sagge, come quelle francesi e spagnole, restano e magari acquistano. Infatti c’è anche chi sta arrivando – e si parla del finanziere Soros – per comprare e investire specialmente nelle proprietà immobiliari. Ma le conseguenze più immediate della mancanza di liquidità del sistema si sono verificate a danno dei settori più deboli: carenza di medicinali, penuria anche in ospedali di fama internazionale degli strumenti d’uso, interruzioni prolungate nella corresponsione delle pensioni e degli stipendi.

La crisi sembra assurda perché l’Argentina, in fondo, è una falsa magra, una falsa povera. Possiede non solo a Buenos Aires, ma anche nelle altre grandi città dell’interno, un patrimonio urbano da far concorrenza alle metropoli europee: dai grattacieli che si alternano ai palazzi di stile italiano e francese del primo Novecento, ai condomini moderni delle borghesia, alle ville e villette con piscina dei quartieri suburbani. Anche gli argentini, come gli italiani, preferiscono vivere in case e appartamenti di proprietà. Quanto ai risparmi privati, quelli conservati all’estero e non falcidiati dalla crisi sorpassano i cento miliardi di dollari, cioè equivalgono a più di due terzi del debito estero argentino. Cosa è accaduto allora, oltre alle carenze più vistose, per giustificare l’incertezza del presente, la sfiducia in una classe dirigente, non sempre così colpevole o così incapace come si suppone volgarmente? Indubbiamente le aspettative nate dal lungo periodo del dollaro a buon mercato sono state deluse e gli argentini, abituati a vivere al di sopra dei propri mezzi, oggi debbono smettere di farlo. Ma quello di vivere al di sopra dei propri mezzi è un rimprovero che anche noi italiani ci siamo sentiti rivolgere più volte, in particolare negli anni ’70 e ancora negli anni ’90 nella risacca di Tangentopoli.

Gli argentini, che non per nulla sono nostri cugini, vogliono fare esattamente come noi: vivere al di sopra dei propri mezzi alla barba dei profeti di sventura. Dopo tutto il desiderio di vivere meglio è sempre un formidabile incentivo. Dunque, una crisi come le altre con gli stessi riti, le stesse tirate d’orecchio del Fondo monetario, che intenderebbe applicare all’Argentina non la strategia del buon senso, ma la strategia di *******, pretendendo in cambio di crediti libbre di carne viva, sudore e sangue, come nella tragedia di Shakespeare, anche se alla fine sopravverrà l’inevitabile ripresa, perché il paese è ricco, non ha mai conosciuto fame e carestie, e se qualcuno muore di fame accade per disfunzioni amministrative non perché mancano il pane e la carne. Inoltre l’Argentina ha come ammortizzatore sociale una manovalanza composta come in Francia, in Inghilterra, negli Stati Uniti, ed oggi anche in Italia e in Spagna, da milioni di immigrati, in parte clandestini provenienti dai paesi vicini, pronti ad entrare nei momenti di euforia e andarsene via nei momenti di crisi.

Per ora la stessa mancanza di ricette troppo articolate per uscire dalla crisi, salvo criteri comuni di buon governo (la spartizione degli introiti fiscali con le province, l’impegno di queste a contenere un’eccessiva propensione alla spesa, il risanamento del sistema fiscale, la repressione della corruzione, ecc.) rivela nella compagine di governo un approccio realista, più realista del passato, quando si proponevano e si attuavano piani mirabolanti. Infatti, se le crisi non sono una novità in Argentina, non sempre se ne era ricavata, ad onta di certi avvertimenti, una lezione utile. Quattordici anni fa, nel 1988, un commentatore intelligente, Juan Carlos de Pablo, in un saggio “Come evitare un ulteriore fallimento come ministro dell’Economia”, analizzava il comportamento dei 19 titolari che si erano succeduti in tale dicastero nel ventennio 1967 - 1988, nonché il risultato che ne era seguito: un’inflazione media mensile dell’otto per cento, prezzi aumentati trenta milioni di volte, un reddito pro capite rimasto fermo allo stesso livello. De Pablo, nella speranza di scongiurare nuovi errori o almeno la ripetizione dei vecchi, elencava i peccati commessi dai vari ministri e metteva al primo posto quello di credere che il governo avesse un potere illimitato e che il proprio potere politico personale fosse illimitato. E al secondo posto collocava l’idea di avere il tempo a proprio favore. Ebbene oggi a vantaggio dell’attuale ministro dell’Economia, Roberto Lavagna, che ha ereditato la prudenza dei suoi ascendenti liguri, sta l’impossibilità di commettere simili peccati. La presidenza Duhalde è un governo di coalizione e d’emergenza e ha un potere a termine, politicamente e temporalmente limitato. Ne deriva un approccio cauto e modesto senza progetti miracolistici.

Il figliol prodigo non riconosciuto

Questo approccio non ha alternative. La drammaticità della situazione sta nel fatto che essa non si collega come le precedenti a una fase di instabilità permanente come quella a cui si riferiva de Pablo, ma segue un periodo, quello che va dal 1991 al 2001, in cui effettivamente il governo, quello di Menem e in misura meno enfatica quello del suo successore De la Rua, ha esercitato un potere illimitato. Altrettanto illimitato è stato il potere personale del ministro dell’Economia Cavallo, sia come titolare del dicastero fino al 1996 sia come ispiratore dei suoi successori che si sono attenuti alle sue formule, fino al suo richiamo in extremis e al tracollo finale. Si è chiuso, ossia, un decennio in cui i peccati si sono rivelati mortali solo alla fine e per una causa esterna: il rifiuto del Fondo monetario di un’elargizione creditizia non cospicua (milletrecento milioni di dollari), non negata a paesi dalla situazione interna assai più intricata e più vicina al Terzo Mondo che al Primo come la Turchia. Quest’impressione di essere stati in qualche modo puniti da quel mondo occidentale a cui sentono di appartenere pesa sugli argentini in modo tale che uno psicologo, Norberto Inda, ha affermato sulle colonne del quotidiano più diffuso, il Clarín: “non c’è argentino che non si stia domandando chi sia, che posto abbia e quale sia in relazione agli altri”. Un intellettuale molto acuto, Marcos Aguinis, ha dato ad un suo saggio un titolo L’atroce incanto di essere argentini, che compendia una condizione “contraddittoria, masochista, tormentata”: “Ci emoziona essere argentini, ma soffriamo per esserlo”. Questa condizione contraddittoria rispecchia l’ambivalenza degli argentini, nel contempo latinoamericani ed europei. Come osservava anni fa l’economista francese, Guy Sorman, l’autore de La soluzione liberale, l’Argentina “si trova nell’America un poco per caso giacché ha una maggiore affinità con l’Europa occidentale e in particolare con la Spagna, con il Portogallo, con l’Italia e la Francia” anziché con il suo contorno regionale. L’Argentina avrebbe, dunque, dovuto voltare le spalle alla sua geografia e entrare nel gran gioco dell’Occidente, ma Sorman dimenticava che l’Europa non riconosce i figli prodighi anche se sono come la Repubblica del Plata sua prole legittima.

Gli argentini, di conseguenza, portano tutto il peso di quest’eredità europea. Di fronte alla crisi odierna e alle restrizioni governative sui conti bancari, un economista, Felipe de la Balze, ha ricordato: “La gente è venuta in questa terra a fare l’America (in italiano), non è venuta a scrivere poesie. I nonni, i bisnonni di tutti noi non sono venuti per essere maltrattati economicamente”. Ed effettivamente ciò che è stato tollerato altrove (il blocco dei conti correnti disposto in Brasile nel 1989 dal presidente Collor e in Italia la colossale finanziaria “lagrime e sangue”, dettata nel 1993 dal primo governo Amato) in Argentina non viene sopportato perché l’aspettativa è la ricchezza e non la povertà. Nel bene o nel male, tuttavia, non solo i costi della crisi ma anche la ricerca di una via d’uscita ricadono sui ceti alti e medi venuti con le migrazioni e soprattutto con quella italiana. La colpa, infatti, non può essere addebitata ad un’oligarchia terriera, in prevalenza d’origine basca, che ha cercato più volte di deviare il corso storico del paese, ma che ormai conta poca o niente (presidente della sua storica roccaforte, la Sociedad rural, è un oriundo italiano). I membri della classe dirigente di oggi, compresa quella politica, e perfino i capi militari (sono di origine italiana i comandanti dell’esercito Grinzoni, della Marina, Stella, dell’Aviazione, Barbero, come il capo dello Stato Maggiore congiunto, Mugnolo), questi ultimi risolutamente alieni dalle avventure politiche, discendono dai nostri emigranti. La nostalgia della società tradizionale dei gauchos e degli estancieros non è più, come nell’antiperonismo degli anni Cinquanta, un fattore politico né un alibi per una borghesia che non è riuscita ancora ad elaborare un disegno nazionale. A decidere il proprio destino è il popolo nuovo nato dalle migrazioni, donde la responsabilità indiretta ma grave di chi lo ha mandato: l’Europa, certamente. Ma se l’Europa se ne lava le mani, la parola spetta più ancora che alla Spagna, già notevolmente impegnata, all’Italia.

L’Argentina italiana

Venire in Argentina significa per un italiano tornare indietro nel tempo, nel passato e anticipare il tempo. Ricuperare certi ricordi e intuire certi aspetti dell’Italia del futuro e prendere atto di un’accettazione più decisa della modernità. Certi difetti del carattere argentino ricalcano difetti italiani. La cosa peggiore per un argentino, ricorda Marcos Aguinis, è passare per zonzo ossia per fesso. Basta questo modo di essere, senza bisogno di scomodare le percentuali che danno la maggioranza almeno relativa alla componente etnica d’origine italiana, senza contare gli italianismi che si sono insinuati nel linguaggio locale, per dimostrare la stretta parentela esistente tra argentini e italiani. Qualche studioso ha voluto far risalire la viveza, la furberia locale, alla picaresca spagnola. Ma gli spagnoli ne respingono la paternità. Aguinis riferisce di un automobilista argentino che in una città spagnola passa a tutta velocità con il rosso. Una guardia civile lo intercetta e gli domanda. “Lei è argentino?”. L’automobilista risponde irritato: “Sì, sono argentino. Ma perché forse solo gli argentini passano con il rosso?”. “No, ma solo gli argentini ridono quando lo fanno”. Riproduco questo episodio perché qualche italiano in Spagna aveva in circostanze analoghe aggiunto alla risata un tocco in più: un gesto pittoresco.

Ecco perché con gli argentini le distanze oceaniche si accorciano immediatamente e si riscopre nel peggio ma anche nel meglio un’immediata affinità. Dopo tutto come Stato l’Argentina è più vecchia dell’Italia, è stata anche più ricca dell’Italia, almeno fino al secondo dopoguerra quando con l’ultima ondata migratoria mezzo milione di italiani approdò alle rive del Plata. Oggi l’Argentina è più povera dell’Italia, ma è diventata più giovane dell’Italia o meglio ricorda l’Italia degli anni Cinquanta ancora piena di coppie giovani e giovanissime, di bambini, di negozi di giocattoli. Ricorda egualmente l’Italia delle incertezze, l’Italia dei vitelloni, l’Italia di Fellini, candida e disincantata nello stesso tempo. Sua modalità positiva, rispetto all’Italia, è una straordinaria avidità di cultura, l’ansia di non perdere i contatti con il mondo: nell’Avenida de Santa Fe è stata installata in un teatro art déco una grande libreria, forse la più grande del mondo. Ed in un clima culturale straordinariamente vivo alligna una letteratura d’ispirazione più europea che latinoamericana, con autori d’origine italiana come Ernesto Sabato e i più giovani Ricardo Piglia e Juan Carlos Martini, seguiti da un attento pubblico di lettori. Un’impronta più giovane, più spontanea, anche se talvolta disperata, conferisce, nonostante la crisi, un tono meno grigio, meno vecchio, a ciò che vi è di italiano in Argentina. Non c’è la sensazione di tristezza, di isolamento, di tetra sopravvivenza, che si nota nei quartieri italiani delle città di provincia tedesche e francesi. D’altra parte l’Argentina contiene un’Italia regionalmente completa.

Diversamente dalle nostre collettività negli Stati Uniti, concentrate negli agglomerati urbani più importanti (salvo qualche chiazza nei vigneti della California), l’Argentina degli italiani si divide in modo equilibrato tra la capitale e i dintorni, dove prevalgono genovesi, calabresi e abruzzesi, le grandi città dell’interno (Córdoba, Rosario, Mendoza), dove italiana è l’ossatura del ceto mercantile e industriale, ed ancora le campagne, le terre della polenta e della bagna cauda: contadini veneti, piemontesi e lombardi tra la provincia di Santa Fe e quella di Córdoba, friulani nei dintorni di Córdoba e di Resistencia nel Chaco, marchigiani a Sud nelle provincie di Neuquén e del Rio Negro, orticultori liguri lungo la via navigabile da Rosario a Buenos Aires, e infine, i contadini del mare, i pescatori siciliani con le barche intitolate ai Santi tradizionali, a Mar del Plata e a Bahia Blanca. E dovunque imprenditori edili di ogni regione italiana, in gara tra loro. Ma in maggioranza assoluta nelle associazioni di categoria, infaticabili costruttori di ponti, acquedotti, gasdotti, autostrade, aeroporti, grattacieli. Il settanta per cento degli edifici pubblici di Buenos Aires è opera di architetti e imprenditori italiani. Nei primi decenni del Novecento gli architetti italiani venivano in Argentina e nel vicino Uruguay a realizzare progetti avveniristici, inaccettabili negli intoccabili centri storici delle città italiane.

Pampa = Valle del Po

La Pampa umida, la grande pianura irrigua, ha un sinonimo: Pampa Gringa, la Pampa dei gringos, un soprannome comune negli altri paesi latinoamericani agli stranieri in genere, ma soprattutto agli anglo-sassoni, ma in Argentina adottato per gli italiani di campagna (gli italiani di città sono soprannominati tanos, abbreviativo di napoletano), per quei coloni che, come racconta il loro storico Gastón Gori, avevano occupato il mare d’erba “con l’aratro e il fucile”, difendendosi a mano armata, come i pionieri americani del Far West, dalle scorrerie degli indios. In effetti la Pampa Gringa è diventata una gigantesca, sconfinata Padania: nella provincia omonima della Pampa, c’è perfino un grosso borgo agricolo, che si chiama Alta Italia. E’ una Padania ancora non omologata, quella rimpianta dal Pasolini migliore (non il cantore dei ragazzi di vita e il regista della turpe parodia della Repubblica di Salò). In certi posti rivive, infatti, l’Italia contadina degli anni Trenta e Quaranta del Novecento, rustica e scomoda, appena lambita dalla rivoluzione industriale, ma pronta a farla.

Quella parte dell’Argentina che passò agli inizi del secolo scorso, grazie allo sforzo dei nostri coloni, dall’età della carne e dei gauchos, all’ “età del grano”, alla pasoliniana “età del pane”, possiede quella cultura del lavoro, quelle virtù artigiane, quelle medesime premesse economiche, culturali ed etniche, che hanno consentito il miracolo del nostro Nord-Est. Analogamente alla Valle del Po, ha superato la tappa della modernizzazione tecnologica della piccola proprietà famigliare (la chacara) ma, pur sussistendone le premesse, non è ancora passata alla fase dei distretti industriali, alla costituzione di una rete di piccole e medie imprese industriali. Questo salto di qualità è stato rallentato dal ruolo ancora subordinato, che svolge l’industria nella società civile argentina, per troppo tempo sensibile ai miti arcadici, alimentati a suo tempo da un’oligarchia latifondista pigra ed inerte ed oggi da una sovrastruttura finanziaria speculativa. Nelle piccole Italie della Pampa il decollo industriale secondo il modello padano è stato finora bloccato dalla mancanza di crediti, da interessi da usura, giunti fino al trenta per cento in dollari. Non emerge da queste parti ma, piuttosto, nelle grandi città la tentazione del “rientro”, la richiesta del passaporto italiano per ricominciare il ciclo doloroso di un nuovo esodo, di un nuovo sradicamento. E se è proprio nell’interno, nelle campagne del Nord-Est, che si è formato in Italia quel ceto produttivo che, a partire dagli anni Settanta, ha preso il posto della grande industria nello sviluppo dinamico del paese, è egualmente nell’interno, che si trova il potente esercito di riserva dell’economia argentina, è dalla Pampa Gringa che può venire la ripresa del paese.

L’alleato italiano

Anni fa un nazionalista argentino di puro ceppo basco, Arturo Jauretche, nel suo Manuale delle sciocchezze argentine, indicava tra tali sciocchezze il continuo rimprovero rivolto ai connazionali di non essere capaci di imitare il miracolo economico tedesco, benché non tedeschi, il miracolo economico giapponese, benché non giapponesi, Juaretche, viceversa, deplorava la congiura del silenzio sul miracolo italiano, perché “se non siamo italiani, lo siamo quasi”, il che renderebbe incentivante e possibile l’imitazione del modello italiano. E appunto il modello italiano può rappresentare un obiettivo per quel “popolo pratico” di cui parla l’economista Felix de le Balze e che autorizza le sue previsioni ottimistiche: “Quando l’Argentina comincerà a funzionare crescerà i primi cinque anni al tasso del dieci per cento. Il potenziale di crescita è gigantesco. Nessuno previde la crescita del periodo dal ’90 al ’94. Il potenziale c’è. Questo è un popolo pieno di gente creativa. Quelli che stanno in basso vogliono essere ceto medio, e il ceto medio vuole avere successo”. “Questo non è normale – osserva l’economista argentino, che soggiunge – ma in questa anormalità sta il vero motore”. Creatività, voglia di successo: stiamo parlando dell’Argentina, ma ancora una volta è come se stessimo parlando dell’Italia.

Del resto nel 1987 il governo argentino del presidente Alfonsín, governo di cui faceva parte come segretario di Stato per il commercio estero l’attuale ministro dell’Economia Lavagna, dopo aver esplorato la possibilità di un’integrazione, di una relazione privilegiata con paesi come la Francia, il Giappone, la Spagna, giunse alla conclusione che, scartate queste ipotesi, il paese più adatto come partner per l’Argentina era l’Italia. Ed in effetti, dopo una dichiarazione congiunta in tal senso, firmata il 30 giugno 1987, dai due ministri degli Esteri, Giulio Andreotti e Dante Caputo, veniva sottoscritto a Villa Madama, a Roma il 10 dicembre 1987, da Alfonsín e dall’allora presidente del Consiglio italiano, Giovanni Goria, quello che la sottosegretaria agli esteri, Susanna Agnelli, definirà il “Gran trattato”, ossia un trattato che stabiliva tra i due paesi un rapporto preferenziale e precisamente una “relazione associativa particolare”. Con tale intesa si applicava il principio associativo ai rapporti “politici, sociali, economici, industriali, finanziari, culturali, di cooperazione allo sviluppo, tecnologici, scientifici” tra i due paesi, in piena compatibilità con i processi d’integrazione regionale nei quali ciascuno di essi era impegnato.

Il trattato italo-argentino includeva nel preambolo anche il richiamo ad una comune ispirazione democratica: la cosiddetta “clausola democratica”, che verrà fatta propria dalla Comunità europea negli accordi conclusi in seguito con l’Argentina ed altri paesi latinoamericani. Venne inoltre salutato dalla stampa internazionale come un esempio da imitare (cosa che fece subito la Spagna) nei rapporti tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo, pur non dando nelle relazioni italo-argentine tutti i risultati sperati. Il ripiegamento degli anni Novanta a causa delle nostre vicende interne del nostro sistema economico e imprenditoriale portava ad un netto sorpasso dell’Italia da parte della Spagna e della Francia nella partecipazione alla privatizzazione dei servizi pubblici argentini e di settori strategici come quello energetico.

Tuttavia oggi l’associazione italo-argentina ricupera la sua attualità. Come nel caso dell’Italia la punta di diamante di un sistema produttivo efficiente può essere fornita anche in Argentina non dai grandi conglomerati industriali bensì da un fitto reticolo di piccole e medie imprese. Ed ecco per un’Italia vicina alla saturazione, la possibilità di stabilire in un paese, che presenta etnicamente e culturalmente in grado massimo condizioni analoghe alle nostre, una testa di ponte o, meglio, un polo industriale complementare. Oggi non costa molto crearlo. Domani costerà di più o non ci sarà più posto per noi.
 

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Hmm sono un cretino ed ho riletto tutto.
Mi riempie di gioia sapere che tra Argentina ed Italia ci siano ottimi rapporti e che gli argentini siano orgogliosi di una certa loro "italianità".
 
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