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Come fa Israele a essere felice?
La nazione più invidiata ma più in pericolo al mondo ha un segreto lieto

Nessun paese di questo pianeta è più invidiato di Israele, e per buoni motivi: in termini concreti, a sessant’anni dalla sua fondazione, Israele è la nazione più felice della terra. E’ uno degli stati più ricchi, più liberi e meglio istruiti del mondo, e la durata media della vita è più alta di quella della Germania e dell’Olanda. Ma la cosa più significativa è che gli israeliani sembrano amare la vita e detestare la morte più di qualsiasi altra popolazione. Se la storia è fatta non da piani razionali ma dalle esigenze del cuore umano, la serenità mostrata dagli israeliani di fronte ai continui pericoli cui sono esposti è degna di nota e di un attento esame.

Può essere davvero una coincidenza che questa antichissima nazione – e la sola convinta di essere stata chiamata sul palcoscenico della storia per realizzare i piani di Dio – sia formata da individui che sembrano amare la vita più di qualsiasi altro essere umano? A conferma di quest’affermazione si può confrontare il tasso di fertilità e quello di suicidi di Israele con quello di altri trentacinque paesi industrializzati: Israele sta al primo posto della classifica dei paesi amanti della vita. Coloro che credono nell’elezione divina di Israele vedono nel suo amore per la vita una speciale grazia di Dio.

In un mondo dominato dall’ambiguità, lo stato di Israele insegna al mondo l’amore per la vita, non nel senso triviale della “joie de vivre”, ma come solenne celebrazione della vita. Una volta ho scritto che “è facile per gli ebrei parlare del loro amore per la vita. Sono convinti di essere eterni, mentre gli altri popoli tremano di fronte alla prospettiva della loro prossima estinzione. Non è la loro stessa vita individuale che gli ebrei considerano così deliziosa, ma piuttosto l’idea di una vita fondata su un Patto che procede ininterrotta attraverso le generazioni”. Ciononostante, è sorprendente osservare come gli israeliani siano di gran lunga il popolo più felice della terra.

Le nazioni si estinguono perché gli individui che le compongono decidono collettivamente di lasciarsi morire. Non appena la libertà prende il posto dei costumi fissi delle società tradizionali, la gente che non ama la propria vita non si dà pena di procreare dei figli. Non è la spada dei conquistatori, ma l’indigeribile sbobba della vita quotidiana che minaccia la vita delle nazioni, che oggi si stanno estinguendo a un ritmo che non ha precedenti nella storia.

Lo stato di Israele è circondato da vicini che sono pronti a uccidersi pur di distruggerlo. “Proprio come voi amate la vita, noi amiamo la morte”, insegnano i religiosi musulmani (questa stessa formula è scritta su un manuale di scuola palestinese per gli studenti delle medie). Oltre a essere tra i popoli meno liberi, meno istruiti e (fatta eccezione per i paesi produttori di petrolio) più poveri del mondo, gli arabi sono anche i più infelici. Il contrasto tra la felicità degli israeliani e la tristezza degli arabi è ciò che rende così difficile raggiungere l’obiettivo della pace nella regione. Questa tristezza non può essere attribuita alle condizioni materiali della vita. L’Arabia Saudita, ricchissima di petrolio, si trova al centosettantunesimo posto nella scala internazionale sulla qualità della vita, addirittura dietro al Ruanda. Israele si trova invece allo stesso livello di Singapore, anche se si deve osservare che Israele, nella mia lista sull’amore per la vita, sta al primo posto e Singapore all’ultimo.

Ancor meno si può attribuire la causa dell’infelicità alle esperienze storiche, perché nessun popolo ha sofferto più degli ebrei o ha una giustificazione migliore per lamentarsi. Gli arabi non hanno inventato gli attentati suicidi, ma hanno generato una riserva mai vista prima di popolazione pronta a morire pur di arrecare danni al proprio nemico. I religiosi musulmani non esagerano affatto quando esprimono il loro disprezzo per la vita. L’amore di Israele per la vita, inoltre, è qualcosa di ben più profondo di una semplice caratteristica etnica. Chi conosce la vita degli ebrei soltanto attraverso le eccentriche lenti di scrittori ebreo-americani come Saul Bellow e Philip Roth, o attraverso i film di Woody Allen, si immagina gli ebrei come un popolo di angosciati nevrotici. Gli ebrei laici che vivono in America non hanno un tasso di natalità più alto di quello dei loro concittadini gentili, e tutto fa pensare che siano altrettanto depressi.

Da un lato, gli israeliani sono molto più religiosi degli ebrei americani. Due terzi degli israeliani credono in Dio, sebbene soltanto un quarto di essi siano strettamente osservanti. Persino gli israeliani che si dichiarano contrari alla religione mostrano un diverso genere di laicità rispetto a quello che caratterizza l’occidente secolarizzato. Parlano il linguaggio della Bibbia e per tutte le elementari e le medie studiano costantemente il loro testo sacro. La fede nell’amore eterno di Dio per un popolo convinto di essere stato liberato dalla schiavitù ed eletto per la realizzazione dei suoi scopi è parte della spiegazione. Gli israeliani più religiosi sono quelli con il più alto tasso di natalità. Le famiglie ultraortodosse hanno in media nove bambini. Ciò non deve sorprendere, perché le persone religiose hanno generalmente più figli di quelle laiche, come ho già dimostrato statisticamente in una ricerca effettuata in diversi paesi.

C’è una profonda differenza tra le società tradizionali e quelle moderne: nelle prime le donne non hanno altra scelta che passare quasi tutta la vita incinte. Nel mondo moderno, dove la procreazione è il frutto di una scelta e non di una costrizione, la decisione di fare figli è il segno di un amore per la vita. L’alto tasso di nascita dei paesi arabi ancora legati a una struttura di tipo tradizionale non regge il confronto con quello di Israele, di gran lunga il più alto in tutto il mondo sviluppato. La fede degli israeliani è davvero unica. Gli ebrei si sono recati in Palestina per un atto di fede, per costruire uno stato nonostante enormi difficoltà e la prospettiva di un accerchiamento da parte dei suoi nemici. Come dice una celebre battuta: “Non devi essere pazzo per essere sionista, ma aiuta”. Nel 1903 Theodor Herzl, il fondatore del movimento sionista, si assicurò l’appoggio britannico per la fondazione di uno stato ebraico in Uganda, ma fu il suo movimento a farlo tornare indietro, perché soltanto il ritorno alla Sion della profezia biblica poteva soddisfarlo. Anziché ricorrere a una lingua moderna, i coloni ebrei riportarono in vita l’antico ebraico, una lingua soltanto di uso liturgico dopo il IV secolo d.C., con un atto di volizione linguistica senza precedenti. Forse in Israele la fede brucia più forte proprio perché Israele è stata fondata in uno slancio di fede.

Due vecchie barzellette ebraiche illustrano perfettamente questo atteggiamento degli israeliani. Due anziane signore ebraiche sono sedute su una panchina nel parco di St. Petersburg, in Florida. “Signora Levy – chiede la prima – che notizie avete del vostro figlio Isacco a Detroit?”. “Oh, è orribile – risponde la signora Levy – sua moglie è morta un anno fa e lo ha lasciato da solo con due bambine. Ora ha perso il lavoro, e la sua assicurazione sanitaria scade fra due settimane. Visto come va il mercato immobiliare, non può nemmeno vendere la casa. E una delle due bambine si è ammalata di leucemia e ha bisogno di cure molto costose. E’ fuori di sé, e non sa che cosa fare. Ma mi ha scritto una bellissima lettera in ebraico, ed è un vero piacere leggerla”. Ci sono vari livelli di significato in questa barzelletta, ma quello più importante in questo contesto è che le cattive notizie vengono ammorbidite se scritte nella lingua della Bibbia, che per gli ebrei contiene sempre un messaggio di speranza. Nella seconda barzelletta il protagonista è un uomo d’affari americano che emigra in Israele poco dopo la fondazione dello stato. Al suo arrivo, richiede l’installazione di una linea telefonica, ma aspetta varie settimane senza ricevere risposta. Decide allora di recarsi alla compagnia telefonica e viene condotto in un ufficio dove due funzionari gli spiegano che il suo nome è inserito in una lista d’attesa di almeno due anni e che non c’è modo di farsi spostare avanti. “Intendi dire che non c’è speranza?”, domanda l’americano. “E’ proibito agli ebrei dire che non c’è speranza! – tuona il funzionario – Al massimo, nessuna chance”. La speranza trascende la probabilità.

Se la loro fede rende gli israeliani felici, perché allora gli arabi, la cui osservanza della dottrina islamica sembra ancora più stretta, sono così depressi? L’islam offre ai suoi fedeli non l’amore – perché Allah non si rivela nell’amore come fa Javhé – bensì il successo. Come ho già scritto, “il mondo islamico non può sopravvivere senza la fede nella vittoria, senza la convinzione che ‘andare alla preghiera’ sia la stessa cosa di ‘andare alla vittoria’. L’umiliazione – ossia la percezione che la umma non possa premiare coloro che si sottomettono a essa – supera la sua capacità di sopportazione”. L’islam, che significa “sottomissione”, non concepisce la fede (ossia la fiducia in Dio anche nel caso che le sue azioni appaiano incomprensibili) nello stesso modo in cui la concepiscono ebrei e cristiani. Poiché il capriccio di Allah controlla tutti gli eventi, dall’orbita degli elettroni fino all’esito delle battaglie, i musulmani conoscono soltanto successo o sconfitta. Le sconfitte militari, economiche e culturali subite dalle società islamiche sono insopportabili agli occhi dei musulmani; il successo degli ebrei è un abominio, perché, a giudizio dei musulmani, è dovere di ogni fedele bramarlo e cercare di sottrarlo agli usurpatori alla prima occasione. Non bisogna fare un passo molto lungo per concludere che è proprio l’amore di Israele per la vita, la sua felicità nella fede, ciò che rende impossibile realizzare una pace regionale. L’usurpazione della felicità che è dovere di ogni musulmano è causa sufficiente per uccidersi allo scopo di sottrarre la felicità al nemico ebreo. Se i nemici di Israele non riusciranno a distruggre la felicità degli israeliani, rimane un barlume di speranza che possano decidere di scegliere la felicità anche per loro stessi.

Perché le nazioni cristiane non sono altrettanto felici di Israele? Poche nazioni europee possono essere veramente definite “cristiane”. La Polonia, l’ultimo paese europeo che registri ancora un’elevata partecipazione alla messa (circa il 45 per cento della popolazione), mostra ciononostante un tasso di natalità di appena 1,27, uno dei più bassi d’Europa, e un tasso di suicidi di 16 su 100 mila. La fede europea ha sempre oscillato tra l’adesione al cristianesimo come religione universale e idolatria etnica mascherata dietro una facciata cristiana. Nel IX secolo il nazionalismo europeo ha relegato ai margini il cristianesimo, e le due disastrose guerre mondiali combattute nel Ventesimo secolo hanno lasciato gli europei senza più alcuna fiducia né nel cristianesimo né nel sentimento nazionale. Soltanto in alcune sacche della popolazione americana si registrano tassi di natalità confrontabili con quelli di Israele, per esempio tra i cristiani evangelici. Non c’è alcun modo di confrontare direttamente il grado di felicità dei cristiani americani e degli israeliani, ma il carattere tumultuoso e proteiforme della religione americana non appare particolarmente adatto per garantire la soddisfazione personale. Ho il sospetto che la felicità degli israeliani sia davvero unica.

In questi giorni va di moda fare previsione sulla fine di Israele, e la stessa situazione strategica dello stato di Israele non lascia molto spazio all’ottimismo. Il futuro di Israele dipende dagli israeliani. Durante duemila anni di esilio, gli ebrei sono rimasti ebrei nonostante tutti gli sforzi, spesso violenti, profusi per farli assimilare ai cristiani o ai musulmani. Si deve supporre che non abbiano abbandonato l’ebraismo perché gli piaceva essere ebrei. Con la massima sincerità, gli ebrei recitano tre volte al giorno questa preghiera: “E’ nostro dovere lodare il Signore del tutto, acclamare la grandezza dell’Uno che produce tutta la creazione, perché Dio non ci ha fatto come le altre nazioni, né come le altre stirpi della terra. Dio non ci ha posto nella stessa situazione degli altri popoli, e il nostro destino è diverso da quello di tutti gli altri”.

Se gli israeliani sono il popolo più felice della terra, come indicano le statistiche, sembra possibile che faranno tutto ciò che è necessario per conservare il proprio paese, nonostante gli ostacoli e le difficoltà. Non so se riusciranno a farcela. Se gli israeliani perdono, però, il resto del mondo perderà un metro davvero straordinario della capacità che hanno gli uomini di essere felici e di avere fede. Non riesco a immaginare un evento più triste.
© Asia Times (traduzione di Aldo Piccato) - Foto Reuters
di Spengler



Israeli Miracle
The crime is not its policies but its insistence on living.

By Charles Krauthammer

Before sending Lewis and Clark west, Thomas Jefferson dispatched Meriwether Lewis to Philadelphia to see Dr. Benjamin Rush. The eminent doctor prepared a series of scientific questions for the expedition to answer. Among them, writes Stephen Ambrose: “What Affinity between their (the Indians’) religious Ceremonies & those of the Jews?” Jefferson and Lewis, like many of their day and ours, were fascinated by the Ten Lost Tribes of Israel, and thought they might be out there on the Great Plains.

They weren’t. They aren’t anywhere. Their disappearance into the mists of history since their exile from Israel in 722 B.C. is no mystery. It is the norm, the rule for every ancient people defeated, destroyed, scattered, and exiled.

With one exception, a miraculous story of redemption and return, after not a century or two, but 2,000 years. Remarkably, that miracle occurred in our time. This week marks its 60th anniversary: the return and restoration of the remaining two tribes of Israel — Judah and Benjamin, later known as the Jews — to their ancient homeland.

Besides restoring Jewish sovereignty, the establishment of the State of Israel embodied many subsidiary miracles, from the creation of the first Jewish army since Roman times to the only recorded instance of the resurrection of a dead language — Hebrew, now the daily tongue of a vibrant nation of seven million. As historian Barbara Tuchman once wrote, Israel is “the only nation in the world that is governing itself in the same territory, under the same name, and with the same religion and same language as it did 3,000 years ago.”

During its early years, Israel was often spoken of in such romantic terms. Today, such talk is considered naive, anachronistic, even insensitive, nothing more than Zionist myth designed to hide the true story, i.e., the Palestinian narrative of dispossession.

Not so. Palestinian suffering is, of course, real and heart-wrenching, but what the Arab narrative deliberately distorts is the cause of its own tragedy: the folly of its own fanatical leadership — from Haj Amin al-Husseini, the grand mufti of Jerusalem (Nazi collaborator, who spent World War II in Berlin), to Egypt’s Gamal Abdel Nasser to Yasser Arafat to Hamas of today — that repeatedly chose war rather than compromise and conciliation.

Palestinian dispossession is a direct result of the Arab rejection, then and now, of a Jewish state of any size on any part of the vast lands the Arabs claim as their exclusive patrimony. That was the cause of the war 60 years ago that, in turn, caused the refugee problem. And it remains the cause of war today.

Six months before Israel’s birth, the U.N. had decided by a two-thirds majority that the only just solution to the British departure from Palestine would be the establishment of a Jewish state and an Arab state side by side. The undeniable fact remains: The Jews accepted that
compromise; the Arabs rejected it.

With a vengeance. On the day the British pulled down their flag, Israel was invaded by Egypt, Syria, Lebanon, Transjordan and Iraq — 650,000 Jews against 40 million Arabs.

Israel prevailed, another miracle. But at a very high cost — not just to the Palestinians displaced as a result of a war designed to extinguish Israel at birth, but also to the Israelis, whose war losses were staggering: 6,373 dead. One percent of the population. In American terms, it would take 35 Vietnam memorials to encompass such a monumental loss of life.

You rarely hear about Israel’s terrible suffering in that 1948-49 war. You hear only the Palestinian side. Today, in the same vein, you hear that Israeli settlements and checkpoints and occupation are the continuing root causes of terrorism and instability in the region.

But in 1948, there were no “occupied territories.” Nor in 1967 when Egypt, Syria and Jordan joined together in a second war of annihilation against Israel.

Look at Gaza today. No Israeli occupation, no settlements, not a single Jew left. The Palestinian response? Unremitting rocket fire killing and maiming Israeli civilians. The declared casus belli of the Palestinian government in Gaza behind these rockets? The very existence of a Jewish state.

Israel’s crime is not its policies but its insistence on living. On the day the Arabs — and the Palestinians in particular — make a collective decision to accept the Jewish state, there will be peace, as Israel proved with its treaties with Egypt and Jordan. Until that day, there will be nothing but war. And every “peace process,” however cynical or well-meaning, will come to nothing.

© 2008, The Washington Post Writers Group
 

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Grande Ampsicora
 
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