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Così apparirà il quartiere Fiera a Milano: da sinistra, il grattacielo ritorto di Zaha Hadid, la torre inclinata di Daniel Libeskind, il sottile «wafer» di Arata Isozaki.



Le enormi scatole che svettano verticali verso l'alto hanno fatto il loro tempo, almeno in Occidente. Dove questo tipo di edifici viene totalmente ripensato. I più grandi progettisti li reinventano in modi inconsueti.



Daniel Libeskind è tutto sorrisi. «Beh» qualcuno direbbe «e quando non lo è stato?». Anche nei momenti più difficili degli ultimi due anni, quando il suo progetto per il nuovo World Trade Center è stato ridotto e alterato, e quando la lancia appuntita della sua Freedom Tower, il pezzo centrale del progetto, è stata rimodellata da altre mani, Libeskind ha continuato ad avere in pubblico un atteggiamento felice e sereno. È solo sfogliando il suo libro di memorie (Breaking Ground. Un'avventura tra architettura e vita, Sperling & Kupfer), in cui trasuda amarezza e dove sferra duri colpi contro tutti coloro che hanno cercato di escluderlo dal mondo dell'architettura, che si capisce bene quanto ridere sia a volte difficile.

Ma oggi, nel suo studio di Manhattan, Libeskind ha proprio motivo di sorridere. Un'intera parete è occupata dalle immagini di un progetto che sta andando decisamente come voleva lui, verso il futuro. Quelle immagini mostrano, da varie angolazioni, un grattacielo che Libeskind ha concepito per Milano. La sua è una delle tre torri che faranno parte di un complesso e che saranno costruite ciascuna da un architetto diverso, scelto naturalmente fra i più famosi al mondo, ciascuna ideata per annunciare che il grattacielo sta andando verso luoghi nei quali non era mai stato.

Sulla sinistra si vede il profilo slanciato e ritorto concepito da Zaha Hadid, l'architetto che vive a Londra e che l'anno scorso ha vinto il premio Pritzker, il più prestigioso riconoscimento per l'architettura. Sulla destra sorge la struttura scanalata in vetro e acciaio dell'architetto giapponese Arata Isozaki, sostenuta da stampelle diagonali che quasi sembrano troppo sottili per il peso che devono reggere. E, tra di essi, il contributo di Libeskind, un pezzo di suprema prestidigitazione architettonica, una torre ricurva, che fa qualcosa che dovrebbe essere impossibile a un edificio, e lo fa con estrema dolcezza: si inchina.

Spostando le lastre paraboliche della pavimentazione gradualmente in avanti, piano dopo piano, ma sempre mantenendole saldamente attaccate a un montante con l'anima di cemento, Libeskind ottiene qualcosa di apparentemente impossibile: una docile torre che si flette leggermente verso chi la guarda. «Offre un senso di protezione» dichiara l'architetto «come la Pietà»
«Le torri sono diventate banali perché hanno perso il senso dello stupore e della gioia» aggiunge Libeskind. E così nell'ultimo decennio architetti di estremo talento, non solo Libeskind, Hadid e Isozaki, ma anche Santiago Calatrava, Norman Foster, Frank Gehry, Rem Koolhaas, Renzo Piano e molti altri, ciascuno con il proprio stile, hanno voluto smontare la tradizionale scatola di vetro e acciaio, ricomponendola in forme inedite.

Piano e Foster si sono dedicati alla costruzione di strutture alte per la maggior parte della loro carriera, sebbene Piano confessi di avere «esitato un po' prima di cominciare a progettare grattacieli. Hanno sempre avuto un effetto simbolico con cui non volevo avere a che fare: potere, ricchezza, la gara a chi arriva più in alto». Fino a poco tempo fa quasi tutti gli altri hanno lavorato più vicino al livello del suolo. Il Guggenheim museum di Bilbao, ideato da Gehry, è adagiato come Venere. Lo stadio Olimpico di Atene, di Calatrava, è una voluttuosa arena bassa. Ma negli ultimi anni anche questi architetti si sono mossi in verticale rifacendosi agli ancheggiamenti tipici del mambo. Le squadrate scatole di vetro e acciaio del Modernismo stanno cedendo il posto a silhouette un tempo inconcepibili.

Nei mesi immediatamente successivi all'11 settembre, quando le rovine delle Torri gemelle ancora fumavano, c'era gente pronta a scrivere il necrologio dei grattacieli. Gli unici clienti ancora interessati a costruirli si trovavano in paesi che desideravano un simbolo del loro ingresso nel mercato globale, soprattutto nella zona dell'Asia Pacifico. L'onore di avere l'edificio più alto del mondo non fu più degli Stati Uniti a partire dal 1998, quando le Torri Petronas, nella capitale malese di Kuala Lumpur, con i loro 452 metri, superarono le Sears Towers di Chicago, alte 442 metri. E poi c'è l'infinitamente ambiziosa città di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, che sta vivendo un periodo di fiorente sviluppo architettonico: negli ultimi cinque anni, tre dei 25 grattacieli più alti del mondo sono stati costruiti proprio in questo paese, e ce ne sono già altri due in costruzione.
Oggi i grattacieli tornano di moda ma diversamente dal passato. Non stanno cambiando solo le forme o l'altezza di questi palazzi. Dopo l'11 settembre la sicurezza e la vigilanza sono diventate di estrema importanza nel lavoro degli architetti. Si sarebbero potute salvare più vite sulle Torri gemelle se i pannelli di gesso di cui erano fatte le pareti interne delle scale non fossero crollati, bloccando così alcune vie di fuga. Il Trade center dipendeva da un sistema strutturale molto complesso, costituito da colonne d'acciaio interne ed esterne. In molte nuove torri sono state preferite carote di conglomerato cementizio superrinforzate, che non solo resistono meglio ai venti ma racchiudono le scale di emergenza in strutture di cemento. «L'importanza della sicurezza strutturale è molto aumentata» sostiene Anthony Vidler, preside della facoltà di architettura alla Cooper Union di New York City. «Ora si costruiscono strutture molto complesse, in cui per un elemento che si guasta ne esiste un altro che continua a funzionare, e in caso di rottura di quest'ultimo, ne viene azionato un terzo. È come costruire un aereo con cinque o sei motori».

Sebbene i nuovi grattacieli americani non stiano andando verso le stesse altezze di quelli, altissimi, che si stanno costruendo in altri paesi, sugli orizzonti statunitensi cominciano a vedersi profili più complessi. Tra breve Calatrava edificherà una torre a New York, la cui struttura prevede una dozzina di condomini in moduli distinti da quattro piani, con l'effetto di avere una sorta di case a schiera unifamiliari nel cielo. L'effetto è quello di un'oscillazione dinamica di forme, con un'alternanza di vuoti e volumi, qualcosa di decisamente diverso dalla lastra inerte tipica del grattacielo. «La mia impostazione si fonda sulla concezione del grattacielo come elemento scultoreo» spiega Calatrava, che ama ricordare che lo scultore Constantin Brancusi, negli anni 40 del secolo scorso, osservando la skyline di New York, affermò che somigliava al suo studio, ossia a una collezione di sculture astratte.

L'aggettivo scultoreo sarebbe anche adatto per definire l'opera di Gehry. Se tutto andrà secondo i piani, quest'anno nella Lower Manhattan inizieranno gli scavi per la costruzione di quello che sarà il grattacielo più alto della lunga carriera dell'architetto: una torre per uso residenziale alta 245 metri (circa 75 piani). Anche se il progetto non è ancora stato ultimato, Gehry sta ideando qualche adattamento in verticale delle curve e degli arabeschi che finora hanno contraddistinto il suo stile.
Non molti anni fa, tali aspetti avrebbero fatto esitare gli ingegneri incaricati di garantire la resistenza degli edifici. Verso la fine degli anni 80 Gehry propose un progetto per un nuovo Madison Square Garden a Manhattan (che non fu mai realizzato) con una torre a forma di pesce sistemato in verticale. «Gli ingegneri dissero che era impossibile» ricorda. «Ma da allora è diventato più facile concepire forme con molte curvature e di maggiore complessità. Oggi è normale».

È normale perché gli architetti lavorano più a stretto contatto con gli ingegneri, collaborando con loro fin dalle primissime fasi del processo di progettazione. Le nuove torri, infatti, sono diventate non solo più alte, ma anche più originali, asimmetriche e oblique.
A prescindere dal suo aspetto, il grattacielo può essere una struttura problematica, isolata, distaccata dall'ambiente circostante e noiosa dentro. Da anni ormai Rem Koolhaas, profetico architetto olandese e teorico urbanista, conduce la sua implacabile battaglia contro il grattacielo. «La promessa che conteneva un tempo» ha scritto di recente «è stata smentita dalla ripetitiva banalità e dall'isolamento attentamente spaziato».

Chiunque abbia preso un ascensore in un ufficio o in un palazzo di appartamenti sa quanto ciò sia vero. Così, lo spazio interno delle torri più alte ultimamente è diventato oggetto di un ripensamento totale. La risposta più famosa di Koolhaas è stata la sua proposta per la torre Cctv, sede della televisione di governo cinese a Pechino. È un edificio ribaltato su se stesso allo scopo di fornire la quantità massima di spazio in cui la gente possa entrare in contatto.
L'anno scorso la United Architects, un consorzio fra vari studi di architettura, ha presentato un progetto non meno stupefacente per la sede della Banca centrale europea a Francoforte, ideando una sfera ondulata alta 154 metri. Pur non vincendo l'appalto, il progetto ha fornito chiare indicazioni sul modo in cui la progettazione si sta orientando. «I grattacieli si stanno integrando nel tessuto urbano» dice Greg Lynn della Form, uno dei membri della United Architects. «Gli architetti stanno pensando a come trasferire le caratteristiche della strada nell'edificio».
Prendiamo in esame la London Bridge Tower ideata da Renzo Piano, una piramide lunga e sottile alta 310 metri, in vetro sfaccettato inclinato, che verrà presto eretta a Londra. L'architetto è più propenso di Koolhaas ad apprezzare le virtù del grattacielo come modo per contrastare l'estensione in orizzontale degli spazi urbani. «È il destino delle città e va consolidato» afferma. «Non possono continuare a crescere verso l'esterno». Quando sarà terminata, nel 2009, la London Bridge Tower darà spazio a uffici, a un albergo, ad appartamenti, a negozi e a un'area pubblica. «Sarà come una piccola città verticale» afferma.
E una delle intenzioni degli architetti dei grattacieli è proprio incoraggiare le interazioni entro i confini di una torre. Uno dei grattacieli più «chiacchierati» è il 30 St. Mary Axe di Norman Foster, costruito a Londra e denominato, per la sua forma, «il cetriolino sottaceto»: una specie di siluro verticale completamente ricoperto di vetro con ampi condotti di luce interni sparsi per tutte le superfici circolari dei suoi pavimenti, in modo da permettere a ciascun piano di comunicare visivamente con gli altri.

«Una torre esprime una ricerca spirituale» afferma Libeskind. «Che sia una delle torri di San Gimignano o la Freedom Tower, si tratta sempre del desiderio poetico di raggiungere il cielo». E qualche volta anche di raggiungerlo con mezzi «tortuosi». Dodici anni fa al visionario architetto Peter Eisenman fu commissionato un progetto per un palazzo vetrina per la città di Berlino. Per trovare ispirazione Eisenman guardò nientemeno che al nastro di Moebius, la forma geometrica tridimensionale prodotta da un'unica superficie a spirale. Se fosse stata realizzata, la sua torre da 34 piani si sarebbe piegata, incurvata, attorcigliata su se stessa.
Il progetto incompiuto di Eisenman ha continuato a fare discutere nei circoli di architettura. L'anno scorso, a una mostra di progetti nuovi per grattacieli al Museo d'arte moderna di New York, è comparso un modello su larga scala nuovo di zecca. Quindici anni fa sembrava un sogno irrealizzabile, oggi ha l'aria di essere un progetto iniziale di qualcosa che continuerà. Ho visto il futuro, ed è a forma di arco.
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