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Langbärten user
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Quanti sono gli ambiti marginali e degradati del nostro Sud? E come intervenire per rivitalizzarli? Il punto in un congresso dell’Inu. Che mette in luce un quadro variegato e complesso



Un'immagine del degrado nel quartiere Zen di Palermo (foto Icp)

Periferia è quando il taxista ti mette in guardia, avvertendoti che ti sta portando in un luogo “poco raccomandabile”. È quando alle 20,30 non trovi un bus o un taxi che ti riporti in centro e, se lo prenoti, è lui che fatica a trovarti, perché non conosce il posto dove, è evidente, non si reca né spesso, né volentieri. Periferia è San Giovanni a Teduccio, un tempo ridente località balneare della costa partenopea, successivamente industrializzata, oggi terra di nessuno (o meglio, di camorra).
Qui, con scelta intelligentemente perfida, l’Inu ha deciso di organizzare il congresso sui “Territori e città del Mezzogiorno.
Quante periferie? Quali politiche di governo del territorio”. Il Napoletano, poi, in questo periodo è diventato l’emblema nazionale del disagio urbano. Proprio nei giorni del convegno impazzava la guerra per bande a Scampia (periferia ex 167), Secondigliano (periferia di cintura) e nel popolare rione Sanità (periferia del centro). A dimostrazione che le periferie sono molte. E gli strumenti per risollevarle altrettanti. Il problema è individuare il mix giusto. E avere la forza politica e finanziaria per intervenire.

Declino a più voci Emblema nell’emblema,il molto rinomato istituto alberghiero Ippolito Cavalcanti, che ha ospitato i lavori del convegno, si staglia come un transatlantico nell’inquieto quartiere di Taverna del Ferro, costruito con i fondi post terremoto del 1980: “Una bellissima struttura – come ricorda il vicesindaco di Napoli, Sabatino Santangelo – collocata in un contesto molto problematico”. Non a caso Roberto Gerundo, presidente di Inu Campania, nella sua relazione introduttiva ha evidenziato come a San Giovanni “si può toccare con mano un declino che sembra irreversibile, ma non ovunque le periferie assumono connotati così drammatici. Anche se non mancano dati che dimostrano il divario fra Nord e Sud, ben focalizzati nell’ultimo Rapporto dal territorio elaborato dall’Istituto nazionale di urbanistica”.
Basta guardare i numeri dei piani comunali. Se valutiamo la situazione nelle cinque regioni al centro dell’analisi dell’Inu (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia) scopriamo che in Campania, nonostante la nuova legge di governo del territorio (16/2004), i Comuni con il prg adottato nell’ultimo decennio sono solo il 14,9 del totale; in Puglia solo 35 delle 257 amministrazioni hanno adottato strumenti urbanistici adeguati alla vecchia legge n. 56/80, (oggi superata dalla 20/2001); in Basilicata la normativa regionale 23/99 non ha dato l’impulso atteso e solo il 10,7 per cento dei Comuni si è dotato di un nuovo piano negli ultimi cinque anni; in Sicilia oltre la metà dei prg vigenti supera i 15 anni.
Solo la Calabria rappresenta l’eccezione alla regola: oltre il 45 per cento dei Comuni ha varato un nuovo strumento di pianificazione negli ultimi dieci anni.
Ancora peggiori i dati dei ptcp, praticamente inesistenti: si consideri che alla fine del 2005 solo la Provincia di Ragusa aveva approvato un piano di area vasta.
E non è tutto. Gerundo ricorda, nella strumentazione comunale, “l’ampia presenza delle zone bianche che punteggiano, per la decadenza dei vincoli, territori vuoti, di prossima occupazione edilizia; lo scioglimento dei Comuni meridionali per infiltrazioni mafiose; amministrazioni locali in debito finanziario e la scarsa competitività economica di tutto il Sud, agli ultimi posti delle graduatorie nazionali. La questione meridionale è ancora irrisolta, anche a livello urbanistico”.
Per non dire dell’abusivismo edilizio: a fine 2005 in Campania una casa su cinque era illegale (19,23%) e ai vertici della classifica sono anche Sicilia (13,79%), Puglia (12,40%) e Calabria (9,47%). Un fenomeno “che non solo ricade sulle casse dell’ente pubblico – ha continuato Gerundo – che si vede privato degli introiti derivanti dal pagamento degli oneri di urbanizzazione, ma alimenta la filiera mafiosa, che garantisce l’approvvigionamento di materiali per l’edilizia e lo sfruttamento della manodopera illegale”.Tutte modalità, ha chiarito il presidente di Inu Campania, “che generano periferie, creando condizioni difficili da affrontare”.

Come uscirne? Gerundo punta sul “completamento, la densificazione e la riqualificazione dell’edilizia residenziale, da attuare anche mediante l’adozione di meccanismi perequativi”; sul lancio di “nuove forme di città sostenibile”; sull’insediamento di “nuove funzioni culturali e amministrative nei contesti problematici”, come nel caso di Monteruscello, Pozzuoli, dove in un’area libera è in costruzione la facoltà di Veterinaria dell’Università di Napoli Federico II.
Il presidente dell’Inu Federico Oliva, a sua volta, pone l’accento soprattutto sul rilancio di “un’adeguata infrastrutturazione pubblica, sul miglioramento delle condizioni ambientali e su un’adeguata politica della casa in affitto”, inesistente da tempo in Italia, valutando molto negativamente i fenomeni di sprawl, cioè di diffusione urbana, perché generano consumo di territorio e rendono sostanzialmente impraticabile la dotazione di servizi.
Ma sul tema i pareri divergono: si veda la ricetta di Francesco Indovina.

L'arcipelago urbano Proprio Indovina è stato la star dei due giorni di convegno, un po’ per la caratura scientifica indiscussa, un po’ per un percorso disciplinare tutto esterno all’Istituto nazionale di urbanistica.
Ma l’Inu di Oliva non disdegna le incursioni in nuovi territori e il ripescaggio di nomi illustri. Indovina non ha deluso le attese, fornendo una lettura suggestiva dell’oggetto-periferia, che “oggi nasce dall’incrocio di elementi morfologici – edilizi e urbanistici, come la mancanza di servizi o la presenza di funzioni incompatibili – e di elementi di degrado sociale: la povertà, l’emarginazione, la clandestinità.
I due aspetti marciano di pari passo: a Ponticelli non vivono i professionisti, in via Manzoni non abitano i disoccupati”.
Una riflessione solo apparentemente scontata: “Se guardiamo alla storia urbana, questo aspetto di specializzazione sociale dello spazio, se così si può definire, è proprio della città moderna. In quella precapitalista si viveva tutti nello stesso luogo. Che senso ha la specializzazione sociale dello spazio? È un modo perché all’interno della società ciascuno resti al suo posto. Ovviamente, a definire il posto di ciascuno è il mercato. Mi si dirà: ma c’è lo Stato, c’è l’urbanistica riformista... Si può sempre riqualificare gli ambiti più problematici.
In realtà, non è così. È la rendita l’elemento fondamentale. Sono i luoghi più dotati ad attirare capitali. Questo non significa che non si debba intervenire per rilanciare gli ambiti più degradati: ma si deve essere consapevoli che in questo modo si va ad arricchire il tessuto urbano di nuovo capitale fisso. Che accresce la rendita, fa lievitare i costi e allontana le fasce più deboli”.
La periferia, insomma, si sposta altrove, ma è ineliminabile: “È l’insieme delle differenze a dare consistenza alla città, che è la proiezione della nostra società, fatta di forti diseguaglianze, sul territorio”.
Indovina prende atto del tramonto della “città autoreferenziale, che manteneva i poli di eccellenza e i centri di governo”.
Ora il decentramento delle funzioni e la fuga della popolazione nei centri mediopiccoli crea un vero e proprio “arcipelago metropolitano. Che ha il difetto di essere l’esito di un processo autogestito, privo di un disegno. Ma che comun que produce integrazioni, perché diventa intreccio stretto di relazioni sociali, culturali, produttive. Territori percorsi da flussi crescenti di persone, merci, informazioni. E questo è un elemento nuovo, tendenzialmente rivoluzionario”. Un processo che secondo Indovina va assecondato e che per le periferie costituisce “una grande occasione. Tenendo conto che in questi ambiti esiste un sovradimensionamento delle funzioni private e un sottodimensionamento delle funzioni pubbliche, dobbiamo lavorare per ridurre i fenomeni spontaneistici e favorire l’organizzazione: quella che un tempo si chiamava pianificazione”.
Lo strumento urbanistico ad hoc potrebbe essere “il piano di area vasta, che ci consente di intervenire nelle periferie tenendo conto delle ripercussioni – in termini di modificazione della rendita, quindi di mobilità della popolazione – su scala più ampia”. Fra le politiche urgenti da mettere in campo, anche Indovina ritiene indispensabile il rilancio dell’abitazione sociale. Perché il disagio dei più deboli è sempre più forte. E perché la qualità urbana “è formata da tre elementi: il genius loci, il genius rei publicae, il genius gentis. Basta che ne manchi uno solo e lo sfacelo è garantito”.

Quante periferie? A questa domanda hanno provato a fornire una risposta le sezioni regionali dell’Inu, delineando un quadro che presenta forti connotazioni locali: non tutto il Sud è interessato dagli stessi fenomeni, anzi il panorama è molto articolato.


Costruzioni abusive nella periferia di Reggio Calabria

Campania In Campania, come ha chiarito Anna Abate, vi sono almeno cinque tipologie diverse di periferie: quelle storiche, come le Vele di Scampia, ex 167 e monofunzionali, parzialmente abbattute senza peraltro capire come trasformarle; la periferia della periferia, che ha aspetti multiformi, da Giugliano (Na), territorio in continua espansione e dalla morfologia incerta, a San Marco dei Cavoti (Bn), caratterizzato da un’ampia riqualificazione urbana e l’insediamento di funzioni alte, come la scuola per imprenditori Lee Iacocca; i centri nelle periferie, come la realtà del quartiere napoletano di Pianura, il cui centro storico, abitato quasi esclusivamente da extracomunitari (“l’extraperiferia”), è diventato luogo di filtro, accoglienza, mediazione culturale; la periferia al centro, come piazza Mercato, a Napoli, ribattezzata “una piazza senza mercato” in quanto l’antico luogo di scambi commerciali è stato chiuso e si è trasformato in un vuoto urbano senza carattere; la periferia post terremoto, come appunto l’inquietante Taverna del Ferro, terra “di forte spaesamento”.
Una ricca tassonomia per realtà “comunque non prive di potenzialità”, ha concluso Abate, donandoci almeno un filo di speranza.

Calabria La Calabria invece è un arcipelago metropolitano “con grandi discontinuità distributive – ha sottolineato Concetta Fallanca – basti considerare che la conurbazione più grande è quella di Reggio Calabria, che non supera i 200 mila abitanti, pari al 10 per cento circa della popolazione regionale”. Gli sviluppi maggiori, qui, hanno interessato le aree costiere.
Per rimanere nel Reggino, a realtà quali Gallico o Catona, nuclei periferici storici ricchi di identità, socialità e servizi ma privi di efficaci collegamenti con il centro, si giustappongono situazioni quali le propaggini orientali di Reggio Calabria, verso l’Aspromonte, sviluppate con una morfologia a doppio pettine lungo l’infrastruttura stradale.
“Le differenze fra queste due periferie sono evidenti – ha sottolineato Fallanca – nel primo caso la qualità della vita è ottima, addirittura migliore che in centro, nell’altro siamo in presenza di ambiti spesso destrutturati e senza servizi, non importa se legali o no, perché gli esiti sono comunque gli stessi: qui prevale la sensazione di non finito, la cultura del condono edilizio”.
Altrove, come nel comprensorio Lamezia Terme-Catanzaro, si è conclusa la saldatura fra centri pedemontani e costieri, che si sono addirittura triplicati. E a quelli storici “si sono sommati quelli nati negli anni Cinquanta e Sessanta, le cosiddette marine, e quelli che si sono sviluppati attorno all’infrastruttura ferroviaria”. Non mancano, comunque, “suoli risparmiati all’armatura urbana, aree agricole abbandonate che potranno essere riprogettate, speriamo come rete ecologica”.

Basilicata Senza dimenticare i centri dell’interno, marginali perché scollegati dai grandi sistemi insediativi, ma senza i quali “i territori sarebbero ancora più marginali”. Esattamente questa, del resto, è la realtà della Basilicata, connotata da vasti territori interni isolati e da piccoli centri – compresi i minuscoli capoluoghi di provincia, Matera e Potenza – che non riescono a essere sufficientemente attrattivi. La regione è stata definita da Barbara Mariani, con un’efficace immagine, ad assetto border line, nel senso che i sistemi urbani gravitano verso i bacini produttivi esterni all’ambito regionale, verso Napoli, Salerno, Bari, e vi è scarsa integrazione fra città maggiori e minori.
Anzi, a dirla tutta non esiste una vera città: ben 72 dei 131 comuni sono sotto i 3 mila abitanti, solo 7 si collocano nella fascia fra 3 mila e 18 mila e nessuno rientra nella fascia fra i 18 e i 50 mila, “dove statisticamente si sviluppano i centri propulsivi più vitali”. Alla grande debolezza dell’armatura urbana locale, però, fa riscontro una notevole ricchezza di elementi naturalistici – grandi risorse idriche e forestali, con una copertura boschiva che interessa il 36 per cento del territorio regionale – che, se adeguatamente sfruttata, potrebbe costituire un volano verso uno sviluppo qui davvero sostenibile.

Puglia Anche Francesca Pace ha compiuto uno sforzo tassonomico per enucleare i caratteri salienti delle periferie pugliesi.
E così scopriamo l’esistenza delle “periferie del cuore, cioè storiche, come la città vecchia di Taranto, collocata sostanzialmente su un’isola e collegata alla terraferma da due ponti, sviluppatasi su un impianto greco e con valenze archeologiche e architettoniche forti, ma connotata da marginalità e degrado”;
le periferie della lontananza, “cioè quelle pianificate, spesso ancora senza servizi nonostante l’unitarietà morfologico-urbanistica, come il quartiere Enziteto a Bari, separato fisicamente dal resto della città dal percorso della tangenziale”;
le periferie di confine, che creano continuità fra città e comuni di corona, ovvero creano la conurbazione, caso di Lecce;
e le periferie dell’abusivismo e dell’autocostruzione, come Porto Cesareo (Lecce), dove si è sviluppato un tessuto spontaneo di residenze mono-bifamiliari che consuma molto territorio, sfruttando malamente le risorse paesaggistiche salentine. In alto i vicoli del centro storico di Taranto

Sicilia Caratteri analoghi si riscontrano nelle periferie siciliane. Come ha chiarito Maria Donatella Borsellino, alle espansioni urbane dei centri principali, dove l’edilizia sociale ha giocato un ruolo significativo – il quartiere Zen di Palermo firmato da Vittorio Gregotti, il Librino di Catania realizzato da Kenzo Tange, città-ghetto di, rispettivamente, 15 mila e 65 mila abitanti – si sommano le periferie abusive, veri e propri quartieri a Gela e nell’Agrigentino, e i centri periferici dell’interno, interessati di tanto in tanto da bizzarre idee di sviluppo, come il grande parco di divertimenti ipotizzato per Enna.
Senza dimenticare le periferie del centro, come il cuore antico di Palermo, dove le case degradate da anni di incuria sono state abbandonate dai palermitani e rioccupate soprattutto da immigrati maghrebini, che in maniera del tutto spontaneistica le hanno rivitalizzate.
Per loro, però, è pronto il foglio di via, “poiché è partito un processo di riqualificazione del centro storico – ha chiarito Borsellino – che finirà per decretare l’espulsione degli extracomunitari. E si porrà il problema della loro ricollocazione”. Dove? Lo deciderà il mercato. Comunque in una nuova periferia.

Da Costruire n. 288


fonte: casa.corriere.it
 

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amateur facial
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Un'immagine del degrado nel quartiere Zen di Palermo (foto Icp)


io non credevo che fosse cosi grave.:eek:hno:
 

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Turin is My City
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e io che pensavo che la periferia di torino prima della riqualificazione fosse messa vramente male

tazzoli (2002)

arquata (2000)



adesso che le hanno rifatte sono molto carine..... il degrado è sparito in queste zone dove il progetto è stato attuato......
 

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Bob The Builder
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personalmente non impazzisco per gregotti ma io non credo sia colpa sua..... la macchina sfasciata non credo sia una sua idea
 

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urban astrophysicist
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hai ragione, mi infastidisce solo che ad oggi non abbia ancora ammesso che magari qualcosa non andasse bene.
sicuramente il contesto sociale ha fatto la sua parte ma non ha un minimo di umilta' nell'analizzare possibili errori.
noncredo che la bicocca finira' cosi', anzi ma forse si e' capito che non e' il modo giusto di progettare quartieri di quel tipo
 

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Bob The Builder
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la situazione allo zen2 (non allo zen che è diverso) è brutta ma questa foto mi sembra esagerata o quantomeno non recente

gregotti è un idiota, ha detto delle cose assurde nell'intervista e per difendere il suo scempio ha offeso tutta la città

cmq la colpa è anche sua, le INSULAE senza contatto esterno separate dal resot del quartiere sono idea sua, lo zen pur non essendo il massimo non è brutto quanto lo zen2
 

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Valpolicella abuser
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leggendo il titolo del thread e guardando l'immagine pensavo che si parlasse della Sierra Leone o di qualche paese laggiù!
 

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all'inizio mi sembrato anche a me. Una volta però hanno fatto vedere alla tv ( credo fosse report) che in quel quartiere c'è gente che nn gli arriva nemmeno l'acqua in casa....
 

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Ecco come Forsyth in "The Veteran" descrive magistralmente la genesi di un 'housing project' londinese. Le osservazioni sono applicabili anche ai casi italiani, mi pare.

When it was opened thirty years earlier with a grandiose civic ceremony, the Meadowdene Grove estate was hailed as a new style of low-budget council housing for working people. The name alone should have given the game away. It was not a meadow, it was not a dene and it had not seen a grove since the Middle Ages. It was, in fact, a grey poured-concrete gulag commissioned by a borough council that flew the red flag of world communism above the town hall and designed by architects who, for themselves, preferred honeysuckle-twined cottages in the country.
 

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Sono diventato papà :)
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Un'immagine del degrado nel quartiere Zen di Palermo (foto Icp)


io non credevo che fosse cosi grave.:eek:hno:
io sono nato a Palermo e ci vivo da sempre, non ho mai visto a Palermo una situazione del genere, sempre perchè tutti devono esagerare, presto ti porto io delle foto dello ZEN (adesso la zona si chiama San Filippo Neri e non più Zen Zona espansione nord) e ti faccio vedere che come al solito c'è chi ci marcia sopra
 

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all'inizio mi sembrato anche a me. Una volta però hanno fatto vedere alla tv ( credo fosse report) che in quel quartiere c'è gente che nn gli arriva nemmeno l'acqua in casa....
no no erano le Iene che prendevano per il cul il sindaco di Palermo, che ha speso qualche milione di euro per abbellira l'arredo urbano del centro e loro ironizzavano sul fatto che c'erano persone a cui non arrivava l'acqua.

solita storia di soldi sprecati insomma.

peraltro non c'è molto da aspettarsi dal sindaco di Palermo, ma l'avete visto il fotomodello? :lol:
 

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Sono diventato papà :)
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Ciao Thor, sul discorso fotomodello devo darti ragione, Diego tiene tantissimo al suo aspetto, infatti passa tantissimo tempo in barca e fra i vari circoli del tennis di Palermo, infatti è sempre abbronzatissimo!! Anche se il mio colore politico è opposto al suo, devo dire che in città sta facendo parecchie cose, certo al meglio non c'è mai fine, però devo ammettere che i progetti sono parecchi
 
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