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VICENZA ARCHITETTONICA-TRIBUTO A PALLADIO ED ALTRO ANCORA






Rispondendo alla giusta osservazione di Gioven sposto qui alcune foto dal thread di Vicenza, per dedicare questo esclusivamente alle architetture di grande qualità che costellano il centro storico della mia città,con spiccata attenzione per Palladio e quegli architetti che nel seguirne gli insegnamenti hanno dato vita ad un patrimonio tutelato dall' UNESCO.
 

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Palazzo Porto in piazza Castello
Palazzo Porto in piazza Castello, noto anche come Porto Breganze, è un palazzo nobiliare di Vicenza del 1571 circa progettato da Andrea Palladio e rimasto incompiuto. È uno dei due palazzi ideati da Palladio in città per la famiglia dei Porto (l'altro è Palazzo Porto in Contrà Porti).L’impressionante sezione di palazzo che fa da quinta scenografica alla piazza del Castello è l’evidente testimonianza dell’esito sfortunato di un cantiere palladiano. Alla sinistra del frammento è chiaramente visibile la vecchia casa quattrocentesca della famiglia Porto, destinata ad essere progressivamente demolita con l’avanzare del cantiere del nuovo palazzo: visti gli esiti, non si può che apprezzare la lungimirante prudenza del committente, Alessandro Porto.La datazione è incerta, ma senz’altro posteriore al 1570, sia perché il palazzo non è inserito nei Quattro libri dell'architettura (pubblicati a Venezia in quell'anno) sia perché Alessandro riceve in eredità le proprietà di famiglia in piazza Castello dopo la morte del padre Benedetto, nell’ambito della spartizione dei beni di famiglia con i fratelli Orazio e Pompeo, avvenuta nel 1571.Francesco Thiene, proprietario dell’omonimo palazzo palladiano all’altro estremo della piazza, sposò Isabella Porto, sorella di Alessandro, e come già nel caso di Iseppo Porto e i cognati Marcantonio e Adriano Thiene, forse fu proprio la competizione fra le due famiglie ad essere all’origine delle inusuali dimensioni di palazzo Porto. Del resto è la posizione stessa del palazzo, fondale della piazza, a rendere necessaria un’accentuata monumentalità, in grado di dominare il grande spazio aperto antistante: una logica sperimentata pochi anni prima con la Loggia del Capitaniato in piazza dei Signori.Con buona probabilità il palazzo avrebbe dovuto svilupparsi in sette campate e avere un cortile concluso ad esedra, come prova un'analisi delle murature superstiti. Non è chiara la ragione del blocco del cantiere, che Vincenzo Scamozzi dichiara nel 1615 di aver portato personalmente alla attuale, parziale conclusione. Gli interni sono stati pesantemente alterati nel corso del tempo.





spaccato del progetto del Palladio visto lateralmente:
 

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Palazzo Porto


Palazzo Porto, opera dell'architetto Andrea Palladio, è sito a Vicenza in Contrà Porti. È uno dei due palazzi progettati in città da Palladio per la famiglia dei Porto (l'altro è Palazzo Porto in piazza Castello); commissionato dal nobile Iseppo da Porto, appena sposatosi (1544 circa), l'edificio vede una fase piuttosto lunga di progettazione ed ancor più lunga - e travagliata - nella sua realizzazione, rimasta in parte incompiuta.Assieme alle altre architetture palladiane di Vicenza, è inserito dal 1994 nella lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.È molto probabile che Iseppo (Giuseppe) Porto intraprenda la costruzione di un grande palazzo nella contrada dei Porti spinto dall’emulazione nei confronti di quanto i suoi cognati Adriano e Marcantonio Thiene avevano cominciato a realizzare a poche decine di metri di distanza, nel 1542. È possibile che proprio il matrimonio di Iseppo con Livia Thiene, nella prima metà degli anni 1540, sia l’occasione concreta che determina la chiamata di Andrea Palladio.Alleati ai Thiene, i Porto erano una famiglia ricca e potente in città, e i palazzi dei diversi rami della famiglia si attestavano lungo la contrada che ancora oggi porta il loro nome. Iseppo fu personaggio influente, con diverse responsabilità nell’amministrazione pubblica della città, che più di una volta si intrecciarono con incarichi affidati a Palladio. Molto probabilmente fra i due i rapporti dovevano essere più stretti che fra committente e architetto, se consideriamo che trent’anni dopo il progetto per il palazzo di città, Palladio progetta e inizia a realizzare una grande villa per Iseppo a Molina di Malo, mai completata. I due amici muoiono nello stesso anno, il 1580.Il palazzo era abitabile nel dicembre del 1549, a meno di metà della facciata, conclusa tre anni più tardi, nel 1552. Numerosi disegni autografi palladiani testimoniano un iter progettuale complesso, che prevedeva sin dall’inizio l’idea di due blocchi residenziali distinti, il primo lungo la strada e un secondo attestato sulla parete di fondo del cortile. Nei Quattro libri dell'architettura i due blocchi edilizi sono collegati fra loro da un maestoso cortile con enormi colonne composite: si tratta chiaramente di una rielaborazione di quell’idea originaria ai fini della pubblicazione.Confrontato con palazzo Civena, precedente appena di qualche anno, palazzo Porto restituisce appieno la misura dell’evoluzione palladiana successiva al viaggio a Roma del 1541 e al contatto con l’architettura antica e contemporanea. Il modello bramantesco di palazzo Caprini viene qui reinterpretato tenendo conto dell’abitudine vicentina di abitare il piano terreno, che quindi risulta più alto. Lo splendido atrio a quattro colonne è una reinterpretazione palladiana di spazi vitruviani, dove sopravvive anche il ricordo di tipologie tradizionali vicentine.Le soluzioni devono far fronte ad un'esigenza, la creazione di un palazzo e foresteria per gli ospiti illustri, e una circostanza, un lotto allungato, stretto tra due vie. Il progetto dunque lavora su due vettori: il verticale della facciata e l'orizzontale della distribuzione planimetrica.Il "dialogo" tra progettista e committente avviene tramite numerosi disegni, varianti, ripensamenti e correzioni in itinere, di cui possiamo ricostruire le fasi grazie a cinque disegni conservati presso il Royal Istitute of British Architects (RIBA) di Londra.La genialità dell'architetto giunge dunque nella combinazioni di due problemi in una soluzione unica e di maggior spessore. La disposizione della foresteria e del corpo principale non crea due ali distinte - come nei primi progetti - ma viene combinata in un cortile/peristilio colonnato, la facciata abbandona il corinzio (ora passato al prospetto interno) lasciando spazio al più contestuale ionico (abbinato al bugnato della base). I due elementi vengono collegati da un'elegante soluzione ad atrio/cerniera in ordine dorico.Dopo una brillante - ma lunga - fase di progettazione il progetto vede la realizzazione del corpo principale con alcune sostanziali modifiche distributive e della - seppur semplificata - foresteria. Oggetto di sciagurate ristrutturazioni ed ampliamenti, l'edificio mantiene intatta solamente la sua faccia "pubblica".Le due sale a sinistra dell’atrio furono affrescate da Paolo Veronese e Domenico Brusasorzi, mentre gli stucchi sono del Ridolfi. Sull’attico del palazzo, le statue di Iseppo e suo figlio Leonida, vestiti come antichi romani, sorvegliano l’ingresso dei visitatori alla loro casa.(da Wikipedia)



 

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Palazzo Valmarana


La medaglia di fondazione dell’edificio porta incisi la data 1566 e il profilo di Isabella Nogarola Valmarana, ed è quest’ultima a firmare i contratti per la costruzione coi muratori nel dicembre del 1565. Tuttavia non vi è dubbio sul ruolo avuto dal suo defunto marito Giovanni Alvise (morto nel 1558) nella scelta di Palladio come progettista del palazzo di famiglia. Con Girolamo Chiericati, e naturalmente Giangiorgio Trissino, nel 1549 il Valmarana aveva sostenuto pubblicamente il progetto di Palladio per le Logge della Basilica, evidentemente sulla base di una stima nata sei anni prima, quando Giovanni Alvise sovrintese alla realizzazione degli apparati effimeri in onore dell’ingresso a Vicenza del vescovo Niccolò Ridolfi (1543), ideati da Palladio con la regia del Trissino. E uno spazio palladiano la cappella Valmarana nella chiesa di Santa Corona ospiterà le spoglie mortali di Giovanni Alvise e di Isabella, su commissione del figlio Leonardo.Sul sito poi occupato dal nuovo palazzo cinquecentesco, la famiglia Valmarana deteneva proprietà edilizie sin dalla fine del Quattrocento, che progressivamente furono accorpate sino a costituire l’oggetto della ristrutturazione palladiana. L’irregolarità planimetrica degli ambienti discende senza dubbio dall’andamento sghembo della facciata e dei muri preesistenti. In questo senso appare evidente quanto l’olimpica regolarità della planimetria del palazzo presentato nei Quattro libri dell'architettura (Venezia, 1570) sia frutto della consueta teorica astrazione palladiana, tanto più che l’estensione del palazzo oltre il cortile quadrato non solo non fu mai realizzata, ma a quanto pare neppure ricercata da Leonardo Valmarana, che risulta acquisire immobili confinanti piuttosto che proseguire nella costruzione del palazzo di famiglia.Durante la seconda guerra mondiale, il 18 marzo 1945, il palazzo subì pesantissimi danni a causa di un bombardamento alleato che distrusse la copertura, parte dell'attico e gran parte del salone principale al piano nobile. La facciata rimase invece intatta e costituisce tuttora uno dei pochi esempi che conservano il proprio rivestimento di intonaci e marmorine originali. Nel 1960 il palazzo in rovina fu ceduto dalla famiglia Valmarana a Vittor Luigi Braga Rosa, che condusse estesi restauri, ricostruendo le parti demolite in guerra e arricchendo il palazzo con decorazioni e opere d'arte provenienti da altri palazzi distrutti, tra cui spicca la collezione di tele seicentesche di Giulio Carpioni a soggetto mitologico.La facciata di palazzo Valmarana è una delle realizzazioni palladiane più straordinarie e insieme singolari. Per la prima volta in un palazzo, un ordine gigante abbraccia l’intero sviluppo verticale dell’edificio: si tratta evidentemente di una soluzione che prende origine dalle sperimentazioni palladiane sui prospetti di edifici religiosi, come la pressoché contemporanea facciata di San Francesco della Vigna. Come nella chiesa veneziana le navate maggiore e minore si proiettano su uno stesso piano, così sulla facciata di palazzo Valmarana appare evidente la stratificazione di due sistemi: l’ordine gigante delle sei paraste composite sembra sovrapporsi all’ordine minore di paraste corinzie, in modo tanto più evidente ai margini dove la mancanza della parasta finale rivela il sistema sottostante, che sostiene il bassorilievo di un soldato con le insegne Valmarana.Piuttosto che da astratte costruzioni geometriche, la logica compositiva di queste facciate civili e religiose deriva dalla familiarità di Palladio con le tecniche di disegno, in particolare le rappresentazioni ortogonali con cui visualizza i progetti e restituisce i rilievi degli edifici antichi, e che per altro gli consentono un controllo puntuale dei rapporti fra interno ed esterno dell’edificio.





particolare:


 

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Palazzo Thiene


Palazzo Thiene è un palazzo di Vicenza del XV secolo ristrutturato dall'architetto Andrea Palladio a partire dal 1542, probabilmente sulla base di un progetto di Giulio Romano.Il palazzo assieme alle altre architetture palladiane di Vicenza è inserito dal 1994 nell'elenco dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO. Sede storica della Banca Popolare di Vicenza, è attualmente utilizzato anche per esposizioni e attività culturali.Il palazzo gotico fu costruito per Lodovico Thiene da Lorenzo da Bologna nel 1490, con un fronte orientale su contrà Porti in laterizio intelaiato da lesene angolari lavorate a punta di diamante, con un un portale di Tommaso da Lugano e una bella trifora in marmo rosa.Nell’ottobre del 1542 Marcantonio e Adriano Thiene diedero inizio alla ristrutturazione del palazzo di famiglia, di forme gotiche, secondo un progetto grandioso che avrebbe occupato un intero isolato di 54 x 62 metri, sino ad affacciarsi sulla principale arteria vicentina (l’attuale corso Palladio).Ricchi e potenti, i sofisticati fratelli Thiene fanno parte della grande nobiltà italiana e si muovono con naturalezza nelle maggiori corti europee: hanno quindi bisogno di un palcoscenico adeguato a frequentazioni cosmopolite e alla nobiltà dei propri ospiti. Al tempo stesso, come referenti politici di una precisa fazione dell’aristocrazia cittadina, vogliono rimarcare il proprio ruolo in città con un palazzo principesco, segno di vera e propria potenza signorile.Nel 1614 l’architetto inglese Inigo Jones, in visita al palazzo, annota un’informazione riferitagli direttamente da Vincenzo Scamozzi e Palma il Giovane: “questi progetti furono di Giulio Romano e eseguiti da Palladio”. È molto probabile infatti che l’ideazione di palazzo Thiene sia da attribuirsi al maturo ed esperto Giulio Romano (dal 1523 a Mantova presso i Gonzaga, con cui i Thiene mantenevano strettissimi rapporti) e che il giovane Palladio sia piuttosto responsabile della progettazione esecutiva e della realizzazione dell’edificio, un ruolo essenziale, soprattutto dopo la morte di Giulio nel 1546.Sono chiaramente riconoscibili gli elementi del palazzo riferibili a Giulio e alieni dal linguaggio palladiano: l’atrio a quattro colonne è sostanzialmente identico a quello del palazzo del Te (anche se il sistema delle volte è senza dubbio modificato da Palladio), così come le finestre e la parte inferiore del prospetto su strada e del cortile, mentre le trabeazioni e i capitelli del piano nobile vengono definiti da Palladio.Il cantiere dell’edificio ha inizio nel 1542. Nel dicembre dello stesso anno Giulio Romano è a Vicenza per due settimane per una consulenza sulle Logge della Basilica, e probabilmente in questa occasione fornisce i disegni di massima per palazzo Thiene.I lavori procedono a rilento: sul prospetto esterno è incisa la data 1556 e sul cortile la data 1558. Nel 1552 muore in Francia Adriano Thiene e di lì a poco, quando il figlio di Marcantonio, Ottavio, diviene marchese di Scandiano, gli interessi di famiglia si spostano nel Ferrarese. Del grandioso progetto viene quindi realizzata solo una minima porzione, ma probabilmente né i veneziani né gli altri nobili vicentini avrebbero accettato una simile reggia privata nel cuore della città.Tra le curiosità, un bizzarro camino realizzato attorno al 1553 dallo scultore veneziano Alessandro Vittoria, che si inserisce nel filone dei camini manieristi, fantastici e raffinati diffusi soprattutto nel nord Europa, riproduce un adattamento della bocca dell'Ade; è collocato al piano terra, nella Sala di Proserpina.


Facciata quattrocentesca







interno:




 

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Discussion Starter · #6 ·
Palazzo Barbaran da Porto


Palazzo Barbaran Da Porto è un edificio realizzato a Vicenza fra il 1570 e il 1575 dall'architetto Andrea Palladio. È attualmente la sede del Museo Palladio e del Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio (CISA).La fastosa residenza per il nobile vicentino Montano Barbarano è il solo grande palazzo di città che Andrea Palladio riuscì a realizzare integralmente. A testimonianza degli interessi culturali del committente, nella sua Historia di Vicenza del 1591, Iacopo Marzari ricorda Montano Barbarano come “di belle lettere e musico eccellentissimo”; nell'inventario del 1592 figurano diversi flauti, che confermano l’esistenza nel palazzo di un’intensa attività musicale.Esistono almeno tre differenti progetti autografi (conservati a Londra) che documentano ipotesi alternative per la planimetria dell'edificio, ben diverse dalla soluzione realizzata, a testimonianza di un complesso iter progettuale. Il Barbarano chiede infatti a Palladio di tener conto dell’esistenza di varie case appartenenti alla sua famiglia già presenti sull’area del nuovo palazzo e, a progetto già definito, acquista un’ulteriore casa adiacente, col risultato di rendere asimmetrica la posizione del portone d’ingresso. In ogni caso i vincoli posti dal sito e da un committente esigente diventano occasione di soluzioni coraggiose e raffinate: l’intervento palladiano è magistrale, elaborando un sofisticato progetto di “ristrutturazione” che fonde le diverse preesistenze in un edificio unitario.Nel 1998, dopo un'opera di restauro durata vent'anni curata dalle Soprintendenze venete, il palazzo venne riaperto al pubblico.[1] L'attività espositiva ha avuto inizio nel marzo del 1999.Al pianterreno, un magnifico atrio a quattro colonne salda insieme le due unità edilizie preesistenti. Nel realizzarlo Palladio è chiamato a risolvere due problemi: quello statico di sostenere il pavimento del grande salone al piano nobile, e quello compositivo di restituire un’apparenza simmetrica a un ambiente penalizzato dall’andamento sghembo dei muri perimetrali delle case preesistenti. Sulla base del modello delle ali del Teatro di Marcello a Roma, Palladio ripartisce l’ambiente in tre navate, disponendo al centro quattro colonne ioniche che gli consentono di ridurre l’ampiezza della luce delle crociere centrali, controventate da volte a botte laterali. Pone così in opera un sistema staticamente molto efficiente, in grado di reggere senza difficoltà il pavimento del salone soprastanteLe colonne centrali vengono poi raccordate ai muri perimetrali da frammenti di trabeazione rettilinea, che assorbono l’irregolarità planimetrica dell’atrio: si realizza così una sorta di sistema a “serliane”, un accorgimento concettualmente simile a quello delle logge della Basilica Palladiana. Anche il tipo insolito di capitello ionico — derivante dal tempio di Saturno nel Foro romano — viene adottato perché consente di mascherare le lievi ma significative rotazioni necessarie ad allineare colonne e semicolonne.Nella decorazione del palazzo, Montano Barbarano coinvolge a più riprese alcuni grandi artisti del suo tempo: Battista Zelotti, già intervenuto negli spazi palladiani di villa Emo a Fanzolo, Anselmo Canera e Andrea Michieli detto il Vicentino; gli stucchi sono affidati a Lorenzo Rubini, autore negli stessi anni della decorazione esterna della Loggia del Capitanio, e, dopo la sua morte avvenuta nel 1574, al figlio Agostino.L’esito è un palazzo sontuoso in grado di rivaleggiare con le dimore dei Thiene, dei Porto e dei Valmarana, e che consente al suo committente di rappresentarsi in città come esponente di punta dell’élite culturale vicentina.









 

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Discussion Starter · #7 ·
Casa Cogollo


Noto come casa del Palladio, in realtà l’edificio non ha nulla a che spartire con l’abitazione del maestro vicentino: sono state piuttosto le sue dimensioni, contenute rispetto all’enfasi monumentale degli altri palazzi palladiani, a spingere all’equivoco chi cercava in città un segno visibile del domicilio dell’architetto.In realtà, la ristrutturazione della facciata della propria casa quattrocentesca è imposta dal Maggior Consiglio al notaio Pietro Cogollo come contributo al “decoro della città”, vincolante la positiva accettazione della sua richiesta di conseguire la cittadinanza vicentina, con un investimento economico nel cantiere non inferiore ai 250 ducati. In mancanza di documenti e disegni autografi, l’attribuzione a Palladio dell'elegantissima facciata divide tuttora gli studiosi, ma l’intelligenza della soluzione architettonica proposta, così come il disegno di tutti i dettagli, difficilmente possono essere riferiti ad altri.I vincoli posti da uno spazio angusto e dalla impossibilità di aprire finestre al centro del piano nobile per la presenza di un camino (e relativa canna fumaria) spingono Palladio a porre l’enfasi sull’asse della facciata, realizzando una struttura costituita a piano terra da un’arcata affiancata da semicolonne e al piano superiore da una sorta di tabernacolo che incorniciava un affresco di Giovanni Antonio Fasolo. A pianterreno l’arcata è affiancata da due vani rettangolari che danno luce e facilitano l’accesso al portico, componendo una sorta di serliana, come già nella Basilica Palladiana. L’esito è una composizione di grande forza monumentale ed espressiva, pur nella semplicità dei mezzi a disposizione.





 

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Discussion Starter · #8 ·
Palazzo Thiene Bonin Longare


Palazzo Thiene Bonin Longare è un palazzo di Vicenza progettato da Andrea Palladio presumibilmente nel 1572 ed edificato da Vincenzo Scamozzi dopo la morte del maestro.Dal 1994 è inserito, assieme alle altre architetture palladiane di Vicenza, nella lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO. Attualmente è sede di Confindustria Vicenza.Sulla storia del palazzo che Francesco Thiene fece realizzare sulle proprietà di famiglia all’estremità occidentale della Strada Maggiore (l’attuale corso Palladio) presso il Castello sussistono più dubbi che certezze, a partire dalla data esatta della costruzione. Alla morte di Palladio l’edificio non è ancora realizzato: nella Pianta Angelica del 1580 appaiono infatti ancora solo le vecchie case e il giardino. Da un documento del 1586 risulta quanto meno iniziato il cantiere e sicuramente nel 1593, alla morte del committente Francesco Thiene, il palazzo è costruito per almeno un terzo. Enea Thiene, che eredita i beni di suo zio Francesco, porta a conclusione la fabbrica, probabilmente entro il primo decennio del Seicento.Il palazzo sarà acquistato nel 1835 da Lelio Bonin Longare.Nel suo trattato L'idea della architettura universale (edito a Venezia nel 1615), Vincenzo Scamozzi scrive di aver portato a compimento il cantiere dell’edificio sulla base di un progetto altrui (senza specificare di chi si tratti) con qualche variazione rispetto all’originale (di cui non chiarisce l’entità). L’architetto non nominato da Scamozzi è sicuramente Andrea Palladio, perché esistono due fogli autografi riferibili al palazzo per Francesco Thiene: in essi sono tracciate due varianti di planimetrie, sostanzialmente vicine a quelle dell’edificio attuale, e uno schizzo per la facciata, molto diverso da quella poi realizzata.Non è chiaro quando Palladio abbia formulato le proprie idee per il palazzo, ma è credibile che sia avvenuto nel 1572, anno in cui Francesco Thiene e suo zio Orazio si dividono le proprietà di famiglia e il primo ottiene proprio l’area dove sorgerà poi l’edificio palladiano. Analizzando l’edificio realizzato, appaiono diversi elementi che rendono possibile una datazione dell’idea agli anni settanta, considerando i molti punti di contatto ad esempio con palazzo Barbaran da Porto, sia nel disegno della parte inferiore della facciata sia nella grande loggia a doppio ordine sul cortile. Il fianco invece potrebbe essere opera di Vincenzo Scamozzi, considerando la sua affinità con palazzo Trissino al Duomo. Anche il profondo atrio, sostanzialmente indifferente alla griglia degli ordini, potrebbe essere scamozziano ed è interessante notare che, mentre la stanze alla sua destra entrando risultano chiaramente riutilizzare murature preesistenti piuttosto irregolari, quelle alla sua sinistra sono perfettamente regolari, evidentemente frutto di nuove fondazioni.





 

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Paduan User
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Oh, così si ragiona Niceforo! :eek:kay:

Per me Vicenza ha pochi eguali in Italia per qualità architettonica del suo centro antico, il timbro palladiano è inconfondibile, anche se il tessuto urbano precedente, quello gotico e medievale, non è comunque affatto banale.
Tutti quegli archi e quelle colonne fanno girare la testa, concentrati in uno spazio relativamente esiguo.
 

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Discussion Starter · #11 ·
(100° post, da festeggiare con il palazzo più bello)

Palazzo Chiericati



Nel novembre del 1550, Girolamo Chiericati registra nel proprio “libro dei conti” un pagamento a favore di Palladio per i progetti del proprio palazzo in città, tracciati all’inizio dell’anno. Nello stesso mese, Girolamo è chiamato a sovraintendere la gestione del cantiere delle Logge della Basilica, inauguratosi nel maggio del 1549. Tale coincidenza non è affatto casuale: insieme a Trissino, il Chiericati era tra i fautori dell’affidamento del prestigioso incarico pubblico al giovane architetto, per il quale si era battuto in prima persona in Consiglio, e a lui ricorreva per la propria abitazione privata. Del resto anche suo fratello Giovanni, pochi anni più tardi, commissionerà a Palladio la villa di Vancimuglio.
Nel 1546 Girolamo aveva ottenuto in eredità alcune vecchie case prospicienti la cosiddetta “piazza dell’Isola”, uno spazio aperto all’estremità est della città, che doveva il proprio nome all’essere circondato su due lati dal corso del Retrone e dal Bacchiglione, che confluivano l’uno nell’altro: porto fluviale cittadino, l’Isola era sede del mercato di legname e bestiame. L’esiguità del corpo delle vecchie case spinge Girolamo a chiedere al Consiglio cittadino di poter utilizzare una fascia di circa quattro metri e mezzo di suolo comunale antistante le sue proprietà per realizzarvi il porticato della propria abitazione, garantendone una disponibilità pubblica. All’accoglimento dell’istanza segue l’immediato avvio del cantiere nel 1551, per arrestarsi nel 1557 alla morte di Girolamo, il cui figlio Valerio si limita a decorare gli ambienti interni, coinvolgendo una straordinaria équipe di artisti: Ridolfi, Zelotti, Fasolo, Forbicini e Battista Franco.
Per più di un secolo palazzo Chiericati rimane un maestoso frammento (simile all’attuale palazzo Porto in piazza Castello) interrotto a metà della quarta campata, così come documentano la Pianta Angelica e i taccuini dei viaggiatori. Solo alla fine del Seicento sarà completato secondo la tavola dei Quattro Libri.
Esistono diversi autografi palladiani che restituiscono l’evolversi del progetto, da una prima soluzione dove il portico aggetta solamente al centro della facciata (per altro coperto da un timpano, come sarà per villa Cornaro) sino a quella attuale. La pianta è determinata dalle strette dimensioni del sito: un atrio biabsidato centrale è fiancheggiato da due nuclei di tre stanze con dimensioni armonicamente legate (3:2; 1:1; 3:5), ognuna con una scala a chiocciola di servizio e una monumentale al lato della loggia posteriore (un altro elemento che tornerà nelle ville Pisani e Cornaro).
Per conferire magnificenza all’edificio, ma anche per proteggerlo dalle frequenti inondazioni (e dai bovini che venivano venduti davanti al palazzo nei giorni di mercato), Palladio lo solleva su un podio, che nella parte centrale mostra una scalinata chiaramente mutuata da un tempio antico.
La straordinaria novità costituita da palazzo Chiericati nel panorama delle residenze urbane rinascimentali deve moltissimo alla capacità palladiana di interpretare il luogo in cui sorge: un grande spazio aperto ai margini della città, davanti al fiume, un contesto che lo rende un edificio ambiguo, palazzo e villa suburbana insieme: non a caso sono molte le affinità con le ville Cornaro a Piombino e Pisani a Montagnana, per altro costruite negli stessi anni. Sulla piazza dell’Isola Palladio imposta una facciata a doppio ordine di logge in grado di reggere visivamente lo spazio aperto, e che si pone come elemento di un ipotetico fronte di un Foro romano antico.
Sebbene logge sovrapposte siano presenti in palazzo Massimo a Roma del Peruzzi e nel Cortile antico del Bo di Moroni a Padova, l’uso che di esse ne fa Palladio nella facciata di palazzo Chiericati è qualcosa di assolutamente inedito per forza e consapevolezza espressiva.
La Basilica e palazzo Chiericati rappresentano il passaggio definitivo dall’eclettismo dei primi anni alla piena maturità di un linguaggio dove stimoli e fonti provenienti dall’Antico e dalle architetture contemporanee sono assorbiti in un sistema ormai specificatamente palladiano. Compare qui per la prima volta la chiusura del fianco delle logge con un tratto di muro in cui si apre un’arcata: una soluzione mutuata dal Portico di Ottavia a Roma che diventerà usuale nei pronai delle ville.























 

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Palazzo Schio


Nel 1560, Palladio progetta per Bernardo Schio la facciata della sua casa di Vicenza, nei pressi del ponte Pusterla. Impegnato nelle realizzazioni veneziane, che in quegli anni lo spingono a un soggiorno pressoché stabile nella capitale, Palladio dovette seguire distrattamente il cantiere, tanto che il lapicida incaricato della realizzazione interrompe i lavori per mancanza di chiare indicazioni. Alla morte di Bernardo, la vedova non è interessata a concludere i lavori cui provvederà il fratello di Bernardo, Fabrizio, nel 1574-1575, dopo che pietre e materiali da costruzione erano stati a lungo ammassati nel cortile.





 

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Una piccola curiosità:

Portale laterale della Cattedrale di Vicenza


Nel 1560 Paolo Almerico chiede al Capitolo della Cattedrale di poter erigere a proprie spese una porta a settentrione della Cattedrale, in corrispondenza della cappella di San Giovanni Evangelista. Si tratta dello stesso Paolo Almerico che qualche anno più tardi commissionerà a Palladio la costruzione della Rotonda. La porta viene aperta nel 1565, probabilmente in occasione dell’ingresso del vescovo Matteo Priuli.
L’attribuzione a Palladio, in mancanza di documenti e disegni autografi, si basa sulle affinità da un lato con modelli antichi ben noti a Palladio (come la porta del tempio della Fortuna Virile) e dall’altro con il disegno delle porte laterali della cattedrale di San Pietro di Castello a Venezia, che Palladio progettò nel 1558.

 

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Discussion Starter · #15 ·
Chiesa di Santa Maria Nova


Nel 1578 il nobile vicentino Lodovico Trento destina una forte somma di denaro per la ricostruzione di una chiesetta annessa al convento delle monache Agostiniane di Santa Maria Nova in borgo Porta Nuova, a ovest della città. Dodici anni dopo, nel 1590, la chiesa risulta realizzata, viene decorata con tele di artisti di primo piano come Maffei, i Maganza, Andrea Vicentino, il Carpioni. Il convento, costruito a partire dal 1539, è fra i più importanti della città e accoglie numerose figlie delle famiglie aristocratiche vicentine, Valmarana, Piovene, Angarano, Revese, Garzadori, Monza.
Nonostante non vi sia alcun documento che attesti la paternità palladiana della chiesa, né si siano conservati disegni autografi, appare molto probabile che la chiesa sia frutto di un progetto palladiano steso intorno al 1578 e realizzato (dopo la morte di Palladio avvenuta nel 1580) ad opera del capomastro Domenico Groppino, il cui nome appare invece nelle carte. Del resto, nel 1583 Montano Barbarano — il committente del palladiano palazzo di contra’ Porti — destina una notevole somma di denaro alla costruzione della chiesa del monastero che accoglie le sue due figlie, e Domenico Groppino risulta essere il costruttore di fiducia di Montano.
È l’evidenza dell’architettura della chiesa a escludere che il Groppino, un semplice capomastro, possa esserne l’ideatore. La chiesa è ad aula unica, presentata come la cella di un tempio antico, interamente fasciata da semicolonne corinzie su basamenti: qualcosa di molto vicino a un tempio romano di Nîmes, disegnato da Palladio nei Quattro Libri.
La forza e la libertà inventiva dell’interno e anche della facciata difficilmente possono prescindere dal nome di Andrea Palladio, se non altro perché un semplice imitatore avrebbe usato un registro più convenzionale: caso mai sono da ascrivere al Groppino alcuni errori e incertezze di esecuzione.





 

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Discussion Starter · #16 ·
Finora abbiamo soltanto giocato, adesso arrivano i pezzi da 90:gunz:

Loggia del Capitanio

Paragonando le arcate gotiche di Palazzo Ducale a Venezia con le logge della Basilica palladiana, ispirate al linguaggio classico della Roma antica (e ancor più i palazzi cinquecenteschi di Vicenza con quelli sul Canal Grande) appare chiara la volontà dei vicentini di rimarcare un’autonomia culturale dai modelli architettonici della Serenissima. Tuttavia vent’anni più tardi, quando sulla stessa piazza il Consiglio cittadino commissionerà il rifacimento della residenza ufficiale del Capitanio veneziano, responsabile militare della città per conto della Repubblica veneta, è ancora Palladio il protagonista dell’impresa, e la sfida semmai è fra due architetture straordinarie, che sorgono una di fronte all’altra.
È un caso assai raro che un architetto abbia la possibilità di intervenire due volte nello stesso luogo a distanza di vent’anni. Il giovane architetto della Basilica, ancora sottoposto alla tutela di Giovanni da Porlezza, è ormai diventato il celebrato autore di edifici importanti: chiese, palazzi e ville per l’élite dominante del Veneto. Palladio sceglie di non far colloquiare i due edifici: al purismo del doppio ordine di arcate della Basilica (in pietra bianca e priva di decorazione se non nel disegno degli elementi architettonici come fregio, chiavi d’arco e statue) fanno fronte le colossali semicolonne composite della Loggia che arginano una ricchissima decorazione a stucco.
Sia l’uso dell’ordine gigante sia la ricchezza decorativa sono tratti peculiari del linguaggio palladiano del suo ultimo decennio di vita, mentre il contrasto cromatico fra il bianco della pietra e il rosso del mattone (che pure Palladio ricerca nel Convento della Carità di Venezia) è frutto solamente del degrado delle superfici originarie: sono ancora ben visibili, appena sotto i grandi capitelli compositi, ampi residui dell’intonaco chiaro che rivestiva i mattoni.
Inutile affrontare lo sterile e secolare dibattito sull’ipotetico prolungamento della loggia sino a cinque (o sette?) arcate. Piuttosto, decisamente sorprendente appare la libertà compositiva di Palladio, che progetta in modo radicalmente diverso la facciata sulla piazza e quella su contra’ del Monte, in qualche modo rompendo l’unitarietà logica dell’edificio.
A ben guardare, tuttavia, Palladio si limita, da par suo, a dare la risposta adeguata a due situazioni differenti: l’ampia visuale frontale dalla piazza impone (anche considerando i vincoli dimensionali dello stretto prospetto) lo slancio potente della dimensione verticale delle colonne giganti; le ridotte dimensioni sia del fianco dell’edificio sia di contra’ del Monte obbligano a un ordine più misurato. Del resto, la facciata su contra’ del Monte sarà utilizzata come una sorta di perenne apparato trionfale a ricordo della vittoria ottenuta dalle armate veneziane contro i turchi a Lepanto nell’ottobre 1571.













 

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Villa Almerico Capra detta La Rotonda


Icona universale delle ville palladiane, la Rotonda in realtà è considerata dal suo proprietario come una residenza urbana o, più propriamente, suburbana. Paolo Almerico vende infatti il proprio palazzo in città per trasferirsi appena fuori le mura e lo stesso Palladio, nei Quattro Libri, pubblica la Rotonda fra i palazzi e non già fra le ville. Del resto è isolata sulla cima di un piccolo colle e in origine era priva di annessi agricoli.
Il canonico Paolo Almerico, per il quale Palladio progetta la villa nel 1566, è uomo di alterne fortune, rientrato infine a Vicenza dopo una brillante carriera alla corte papale. La villa è già abitabile nel 1569, ma ancora incompleta, e nel 1591, due anni dopo la morte di Almerico, viene ceduta ai fratelli Odorico e Mario Capra che portano a termine il cantiere. Subentrato a Palladio dopo il 1580, Scamozzi in sostanza completa il progetto con interferenze che studi recenti tendono a considerare molto limitate.
Non certo villa-fattoria, la Rotonda è piuttosto una villa-tempio, un’astrazione, specchio di un ordine e di un’armonia superiori. Orientata con gli spigoli verso i quattro punti cardinali, vuole essere letta innanzitutto come un volume, cubo e sfera, quasi si richiamasse alle figure base dell’universo platonico. Certo le fonti per un edificio residenziale a pianta centrale sono diverse, dai progetti di Francesco di Giorgio ispirati a villa Adriana o dallo “studio di Varrone”, alla casa di Mantegna a Mantova (o la sua “Camera degli sposi” in palazzo Ducale), sino al progetto di Raffaello per villa Madama. Sta di fatto che la Rotonda resta un unicum nell’architettura di ogni tempo come se, costruendo una villa perfettamente corrispondente a se stessa, Palladio avesse voluto costruire un modello ideale della propria architettura.
La decorazione dell’edificio è sontuosa, con interventi di Lorenzo Rubini e Giambattista Albanese (statue), Agostino Rubini, Ottavio Ridolfi, Bascapè, Fontana e forse Alessandro Vittoria (decorazione plastica di soffitti e camini), Anselmo Canera, Bernardino India, Alessandro Maganza e più tardi Ludovico Dorigny (apparati pittorici).
















 

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La Loggia del Capitanio è una delle opere palladiane che prefersco, bella, elegante, imponente, è un'emozione trovarsela davanti in Piazza dei Signori.
 
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